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Lavoro

SPILLO/ Il "filo rotto" tra Jobs Act e Buona scuola

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Le due riforme sono certamente criticabili per molti aspetti attuativi. Si può certo sostenere che sono in alcuni casi troppo timide. Ma assieme affrontano uno dei freni principali alla mobilità sociale che tutti sostengono essere una priorità del Paese. Entrambe individuano il tema di restituire ai decisori (imprenditori, lavoratori, presidi e insegnanti) la responsabilità e la libertà di operare. La società, attraverso gli organi pubblici, recupera il dovere di misurare e valutare i risultati ottenuti. Non per punire ma per premiare chi ottiene migliori risultati e predisporre le tutele per chi resta indietro. Tutele però che richiedono una disponibilità a rimettersi in gioco. Risorse disponibili per chi vuole recuperare.

Il punto comune delle opposizioni ai due provvedimenti è la difesa della stagnazione. La difesa dei diritti acquisiti, il sostenere che va bene così e che servono solo più risorse economiche (come se il vincolo di bilancio fosse sempre un problema solo per gli altri), l'indisponibilità a definire una nuova governance dove gli attori accettano di giocarsi responsabilmente.

Il risultato di tali opposizioni è che pur volendo difendere delle categorie di lavoratori diventano lo schieramento conservatore che difende privilegiati contro esclusi. Il peggior mercato del lavoro e un sistema scolastico incapace di essere funzionale ai percorsi scuola-lavoro non possono essere bandiere di chi vuole dare un contributo a rimettere in moto il Paese.

Basta tutto ciò per individuare i possibili attori di un nuovo patto per lo sviluppo? Ritengo che le basi poste dalle riforme siano necessarie ma non sufficienti. La sfida che abbiamo davanti richiede anche una disponibilità umana, un'educazione, un "io" disponibile a cogliere le nuove opportunità e mettersi in gioco negli spazi nuovi che si aprono.

Sono molte le realtà che già lavorano in questo senso. Non è la politica che deve crearle. Alla politica è assegnato il compito di fare regole che le sostengano. Soprattutto saper sostenere chi è impegnato in percorsi educativi e culturali che hanno al centro questo "io" capace di rimettersi continuamente in gioco, senza paura di essere valutato. Così come Gramsci era contrario a un monopolio statale della scuola perché gli esclusi sarebbero stati capaci di dimostrare con loro scuole di essere in grado di promuovere nuove opportunità, dobbiamo scommettere su quanti già oggi nelle imprese e nel sistema scolastico vanno promuovendo nuove sfide educative e culturali.

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