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SINDACATI E POLITICA/ I dati che "smontano" le regole sul lavoro

Giorgio Squinzi ha riaperto il dibattito sulla necessità di regole che diano più peso e importanza alla contrattazione aziendale. Il commento di GIUSEPPE SABELLA

Giorgio Squinzi (Infophoto) Giorgio Squinzi (Infophoto)

Più o meno in modo unanime, tutti gli organi di informazione hanno ripreso e commentato le dichiarazioni di questi giorni del Presidente di Confindustria Giorgio Squinzi che - nel suo discorso all'assemblea annuale privata degli industriali - ha detto: "Servono regole radicalmente nuove della contrattazione collettiva. Bisogna rivedere il modello contrattuale per assicurare la certezza dei costi, la non sovrapponibilità dei livelli di contrattazione e legare strettamente retribuzioni e produttività".

Il dialogo sociale tra le parti sta entrando nel vivo, le dichiarazioni di Squinzi non sono certamente una sorpresa, anche nel merito. E naturalmente nessuna sorpresa nemmeno nella reazione delle sigle sindacali: Cisl e Uil sono parse molto in linea con le parole di Squinzi. Ci ha pensato il solito Maurizio Landini ad agitare un po' le acque: "Dopo cinque anni passa la linea della Fiat. Con l'introduzione del salario minimo legale e la legge sulla rappresentanza che ha in mente il governo Renzi il disegno sarà completato: fine del contratto nazionale".

Al di là di equilibri tra il livello nazionale e quello aziendale/territoriale che il nuovo modello contrattuale definirà, sono due i punti che rilevano in questo tema.

1) È chiaro - lo diciamo da tempo - che la direzione della contrattazione sarà più decentrata, il baricentro della contrattazione si muoverà verso il basso; le aziende che chiedono di poter contrattare direttamente devono poter essere nella condizione di poterlo fare al meglio. Ma, a parte il fatto che la contrattazione aziendale - che non è un'invenzione di Marchionne - è una prassi che ha una sua storia significativa in Italia, la cosa curiosa è che per molti questa sia oggi sinonimo di crescita della produttività e della redditività. Si da oltretutto per scontato che il sistema e gli attori (che vivono di persone) siano pronti per contrattare aziendalmente; le aziende, per esempio, lo sono molto poco. La verità è che molti settori, anche sul piano della contrattazione, hanno conosciuto poca innovazione. Quindi, o si cresce dal punto di vista della capacità contrattuale, o il livello aziendale - dove gli attori sono meno pronti rispetto a quello nazionale - più che produttività crescerà conflitti. In sintesi, il bisogno reale è quello di un ammodernamento del sindacato, anche nei suoi settori e nelle sue federazioni (che sono appunto i soggetti protagonisti della contrattazione).

2) Landini vede bene quando illustra le intenzioni del governo: legge sulla rappresentanza e salario minimo. Per quanto riguarda il primo punto una legge pare inevitabile - lo stesso Landini fino a pochi mesi fa addirittura la chiedeva. A distanza di quasi un anno e mezzo dall'intesa sulla rappresentanza e la rappresentatività - che ne ha definito i criteri - siamo sostanzialmente allo stesso punto. Quindi, non si può chiedere autonomia quando non si è capaci di darsi delle regole e rispettarle. È chiaro che una legge che regoli i criteri della rappresentanza è - come ripete qualcuno - una sconfitta per l'autonomia delle parti sociali, ma data l'incapacità di queste di accordarsi, la legge pare l'unica soluzione per definire criteri di esigibilità degli accordi e chi può rappresentare chi. Per quanto riguarda invece il secondo punto, il salario minimo, il Jobs Act ne prevede un'introduzione limitata e sperimentale. Certo, la novità è importante, e la direzione pare irreversibile. Non ci sono dubbi che ciò ridurrà il potere del sindacato a livello nazionale, cosa che appunto non piace a Landini. Tutto va tuttavia nella direzione del contenimento del conflitto.


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09/05/2015 - L'impreesa è chi ci mette i soldi (Moeller Martin)

L'impresa è chi ci mette i soldi e chi ne risponde. Gli altri sono sostituibili, contano poco o nulla.