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Lavoro

Riforma Pensioni 2015/ I numeri che aiutano a non "sprecare" la flessibilità

La riforma delle pensioni che introduca la flessibilità è, spiega WALTER RIZZETTO, necessaria ormai in Italia. Purché realizzata con criteri che non la rendano inutile

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«La flessibilità è un’arma a doppio taglio. Se la si attua per fare andare in pensione una persona a 62 anni anziché a 67, riducendo il suo assegno tra il 2% e il 6%, è un fatto positivo. Rendere però l’uscita anticipata troppo onerosa o troppo agevole per il lavoratore sarebbe ugualmente controproducente». A spiegarlo è Walter Rizzetto, deputato del gruppo Alternativa libera formato da fuoriusciti dall’M5S e membro della commissione Lavoro. Dopo l’introduzione della legge Fornero nel 2011, da più parti si è chiesto di rendere il sistema pensionistico più flessibile. Le proposte sul tavolo sono numerose, anche se il governo non ha ancora sciolto le riserve su quale intende adottare.

Onorevole Rizzetto, quali criteri vanno seguiti nel realizzare la flessibilità?

Se la flessibilità in uscita è troppo onerosa, nel senso che costa troppo alla singola persona che deve andare in pensione, finisce per essere fortemente disincentivata. Se invece l’uscita anticipata è troppo agevole si crea un evidente problema per quanto riguarda la spesa pubblica. Il presidente Inps, Tito Boeri, ha indicato che il costo sarebbe inizialmente pari a 8,5 miliardi di euro l’anno, per poi trasformarsi in 4-5 miliardi l’anno per i prossimi 20 anni, ma di fatto poi questa cifra diventerebbe insostenibile.

In che modo è possibile trovare un giusto equilibrio?

La flessibilità va bene purché comporti una riduzione degli assegni mensili tra il 2% e il 6%. Ma se si grava sulle tasche dei pensionandi oltre quella soglia, mi opporrò a provvedimenti che vadano in questa direzione.

Quali tra le diverse proposte la convincono di più?

La proposta migliore è indubbiamente quella di Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera. Ma sono favorevole anche all’ipotesi di Boeri di estendere l’Opzione Donna anche agli uomini: fondamentalmente si tratta di un ricalcolo contributivo dell’assegno mensile. È un’ipotesi che si può valutare, in quanto personalmente sono d’accordo sul fatto che una persona debba andare in pensione sulla base dei contributi che ha effettivamente versato nel suo ciclo lavorativo.

È giusto introdurre correzioni al sistema retributivo?

I danni del sistema retributivo o retributivo misto peseranno sui nostri giovani per molti anni. È anche vero che bisogna iniziare a pensare a dei salari differenti, o comunque evitare che le persone vadano in pensione con 400 euro al mese perché ciò finisce per creare forme di disagio sociale.

Si può fare a meno della flessibilità?