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SINDACATI E POLITICA/ Cgil-Cisl-Uil: l'unità che serve all'Italia (o per finire sui giornali?)

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Un panorama forse preoccupante, forse desolante, di certo inquietante. E che spiega benissimo il perché della pesante sconfitta subita da Cgil Cisl e Uil nelle ultime elezioni delle Rsu nella Pubblica amministrazione, laddove si sono invece affermate le liste espressione delle associazioni professionali: segno di un forte bisogno di identità, ma anche di un urgente richiesta rivolta dai lavoratori statali, comunali, della sanità e della scuola, ai tre confederali, di uscire dal marasma dell'indistinto, dell'appello generico, del contratto onnicomprensivo e che non premia nessuno. Certo se la risposta a quell'invocazione è stata la proclamazione unitaria dello sciopero dalla prima ora degli scrutini, c'è da chiedere ad alcuni soggetti a quale unità sindacale aspirino! A meno di pensare che nell'unità rientrino anche i Cobas, che hanno sempre fatto del blocco degli scrutini una bandiera. 

C'è poi un altro argomento che può spiegare questa corsa verso il sindacato unitario/unico. È la crisi economica che sta colpendo un po' tutte le associazioni di rappresentanza, Confindustria in testa. Da qui alcune fusioni recenti (si pensi all'accordo tra le tre centrali cooperative, o al passaggio di pezzi di Api in Confindustria), o le riorganizzazioni che sono state intraprese. Ma le necessità economiche non possono da sole reggere il peso di una simile riforma.
Resta poi la questione centrale, e cioè se l'unità/unitarietà serva oppure no. Per servire, certo che serve, ma serve se serve, come direbbe Monsieur de Lapalisse. Cioè serve se è utile, non se la si usa per risolvere problemi altri da quelli che essa dovrebbe affrontare. L'unità sindacale, infatti, non è un fine ma un metodo e ogni metodo, come diceva Gianfranco Contini, è buono quando è buono. Cioè essa sarà utile se servirà per rivedere il modello contrattuale, per aggiornare l'attuale rispetto alle sfide che il Paese ha davanti, per rafforzare la sede principale della contrattazione di produttività, il 2° livello, aziendale o territoriale, per avere relazioni industriali più partecipative, per fare contratti pubblici che premino i migliori e colpiscano i fannulloni, per riformare il welfare in senso comunitario e mutualistico pur mantenendo l'universalità, per far entrare i lavoratori nella gestione del mercato del lavoro e delle politiche attive, nella gestione partecipativa delle aziende, per una riforma sussidiaria del rapporto tra società e Stato. 

Se è così allora l'unità va fatta subito, e ogni problema pratico si può superare. Se invece essa verrà usata per mediare tra posizioni inconciliabili, perché ideologiche o fuori dal tempo, per bloccare ogni riformismo sindacale, per impedire a Renzi (o a qualunque Governo) di muoversi e prendere decisioni, per rinviare sine die i conti con se stessi e i propri errori, per rimettere al centro di tutto i contratti nazionali così come essi sono oggi, per non riformare la Pubblica amministrazione, allora l'unità sindacale non serve, non è un buon metodo. 

Di fondo dunque la questione più che l'unità in sé, riguarda l'intento con cui si guarda a essa. Se l'obiettivo è il riformismo, allora ci sono spazi per riuscire laddove negli anni Settanta l'ideologia fallì. In caso contrario, speriamo che si tratti solo di un dibattito tardo primaverile o pre-estivo. Uno dei tanti, e nemmeno il più interessante tra tutti. 

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