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Lavoro

IDEE/ Il sindacato che "spazza via" riti e burocrazie del lavoro

Cgil, Cisl e Uil parlano di unità sindacale. Per MASSIMO FERLINI serve invece un passaggio in più: occorre muoversi per arrivare al sindacato unico nel nostro Paese

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Se il problema è riaprire il processo di unità sindacale, allora ha ragione Landini a dire, forse con troppo disprezzo, che è roba da anni '70. Il processo di unità avviato in quegli anni veniva visto come coronamento di una fase di forte crescita del ruolo dei sindacati e dopo un periodo di lotte contrattuali che avevano visto riprendere il ruolo di tutte le componenti operaie nelle fabbriche. Erano due processi paralleli che ponevano oggettivamente un tema nuovo ai tre principali sindacati che si riferivano alle tre principali correnti ideali e politiche del '900.

Le lotte di fabbrica avevano fatto emergere l'esigenza di nuove rappresentanze. Il sistema gerarchico del lavoro industriale degli anni '60 era stato messo in crisi e la rappresentanza sindacale, attraverso i consigli dei delegati, si poneva come reale contraltare alla struttura organizzativa precedente dei soli delegati di componente. Emergeva una nuova capacità di contrattazione, e non solo di contrapposizione. Anzi, è dove non si riesce a individuare un punto contrattuale chiaro ma prevalgono spinte estremistiche che il processo si chiude alla fine degli anni '70 con la sconfitta sindacale alla Fiat. 

In parallelo si estende la presenza sindacale anche nei settori non industriali. Dalla Pubblica amministrazione al commercio e nel nascente terziario dei servizi si aprono nuove ed estese rappresentanze. Il ruolo del sindacato diventa centrale anche fuori dai luoghi di lavoro. Quello che diventerà un modello concertativo a livello nazionale inizia con una spinta realmente innovativa di un ruolo sindacale di contrattazione sui temi dei servizi per il territorio. Casa, nidi, trasporti, salute sono temi forti e affrontati in un confronto nuovo che vede i sindacati porsi come interlocutori con le amministrazioni territoriali, fino ai grandi tavoli di confronto nazionali con il governo.

Anche in questo nuovo ruolo si presentano due opzioni fra posizioni puramente rivendicative, quasi di invasione del campo politico, e posizioni di capacità contrattuale con proposte innovative. È il caso di alcuni contratti territoriali, come nel milanese, che potremo oggi dire anticipatori di progetti di responsabilità sociale. È degli anni '70 un accordo che porta una quota degli aumenti salariali a un fondo destinato (garante il sindaco della città) a finanziare la realizzazione di servizi per l'infanzia e la famiglia. È in questo quadro che è di oggettivo superamento delle divisioni ideologiche che stavano alla base della divisione sindacale che la proposta di riunificazione prese il via. 

Oggi la situazione appare completamente diversa. Non si affacciano alla ribalta nuovi soggetti che mettono in discussione con crescita di capacità contrattuale la fase precedente. Si pongono nuovi problemi di capacità contrattuale decentrata. Si riaprono temi di servizi per i lavoratori. La rappresentanza di quasi il 50% dei lavoratori impiegati del settore privato in imprese di piccole dimensioni non riesce a darsi strutture certe e permanenti. Il contratto nazionale per troppi settori è più una gabbia di limiti che non una opportunità per contrattazioni decentrate. Il sistema concertativo è diventato come una ritualità senza contenuti e per i portatori di innovazione è addirittura un freno conservatore. Non ultima vale l'osservazione che nei sindacati prevale la rappresentanza di pensionati e di apparati elefantiaci che hanno interessi contrapposti a quelli delle nuove generazioni.