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RIFORMA PENSIONI 2015 / Boeri e le 5 "carte" per cambiare la previdenza italiana

Tito Boeri ha presentato, insieme al Rapporto annuale 2014 dell’Inps, anche cinque proposte per una riforma delle pensioni. Le illustra e le commenta WALTER ANEDDA

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Vola alto Tito Boeri con la Relazione che accompagna il Rapporto annuale 2014 dell’Inps. Vola tanto in alto che qualcuno inizia anche a porsi la domanda su chi, in Italia, sia in realtà il ministro del Lavoro. Già la premessa evidenzia il taglio del suo intervento; ricordando infatti che l’Istituto svolge una funzione di supporto alla scrittura di leggi ovvero alla interpretazione delle stesse, sottolinea come non vi sia violazione dei principi democratici se l’Inps, forte del proprio know-how, formula proposte.

E che proposte! Cinque per l’esattezza, racchiuse entro il titolo “Principi generali di una riforma”, ispirate non dalla esigenza di cassa (e questo è già una novità in ambito previdenziale), ma al fine di garantire equità, intergenerazionale e intragenerazionale (e anche questa è una novità). Non tutte forse pienamente condivisibili (permane qualche dubbio sul metodo più che sull’obiettivo), ma sicuramente degne di essere valutate con attenzione.

Le elenco, usando i medesimi sottotitoli presenti nella Relazione, provando a sintetizzarne il contenuto: flessibilità sostenibile; una rete di protezione sociale dai 55 anni in su; armonizzazione; non si va in pensione, ma si prende la pensione; unificazione.

Flessibilità sostenibile - Il tema è noto: come favorire la possibilità di anticipare la data di pensionamento, rispetto alle scadenze imposte dalla riforma Fornero? Sul punto ho già avuto modo di commentare, in precedenti interventi, la contrarietà a soluzioni che adottino la flessibilità previdenziale come ammortizzatore sociale e con oneri che vengono ribaltati sulle generazioni future. Per questo motivo accolgo con favore l’ipotesi del Presidente Boeri di prevedere una flessibilità in uscita - tagliata sul modello contributivo - attraverso la ripartizione mensile, in base all’età e alla speranza di vita residua, del montante accumulato grazie ai contributi versati.

In tal modo, coloro i quali intendono optare per un pensionamento anticipato, posto che dovranno ripartire tale montante per un periodo maggiore di tempo, sanno che avranno diritto a un trattamento pensionistico inferiore a coloro che attenderanno. “Flessibilità sostenibile” quindi, perché essa non dovrebbe gravare sulle generazioni future.

I limiti alla adozione di tale strumento sono soprattutto politici, mentre, quelli tecnici (si pensi alla difficoltà di ricostruire le vite contributive di alcuni) potrebbero essere superati con soluzioni appropriate.

Un rete di protezione sociale dai 55 anni in su - L’idea è quella di prevedere una sorta di “reddito minimo garantito” per coloro che, superati i 55 anni si ritrovino senza un’occupazione o un trattamento pensionistico. Tali soggetti, stante la difficoltà di ricollocazione lavorativa, potrebbero trovare ristoro in un specifico intervento assistenziale.  

Presupposto di base, in tale circostanza, è la netta separazione (sostanziale e non meramente contabile) tra assistenza e previdenza nei conti dell’Inps. In particolare, l’assistenza troverebbe copertura finanziaria nella fiscalità generale, mentre la previdenza manterrebbe una connotazione assicurativa, attraverso trasferimenti intergenerazionali allo scopo di garantire trattamenti previdenziali proporzionati ai contributi versati. Secondo il Presidente, tale soluzione andrebbe anche a colmare la mancata previsione di una pensione minima per coloro che - iscritti post 31/12/1995 - vedono il proprio trattamento calcolato con il contributivo puro.


COMMENTI
05/08/2015 - La prima carta si legge al dritto o al rovescio ? (cardarelli mario)

Sotto Flessibilità sostenibile, cita giustamente Anedda la modalità del ricalcolo contributivo (Ma Noeri DG INPS in commissio -ne CdD non aveva detto che tecnicamente era impossibile il ricalcolo per tutti se non mutando metodologia?). Ma il problema è un altro. Chi va in pensione prima deve prendere di meno perché il suo montante - versato fino al momento dell'uscita e dal quale si genera la rendita vitalizia - non copre il periodo totale previsto ad oggi per cui il pensionando beneficerebbe di un "regalo" che è in verità un onere per altri, maturi o giovani che siano. Questa per me economista è una carta servita con i semi a rovescio. Si può invece servire una carta con i semi al dritto se si pensi che proprio lo stesso montante quale branduardiano centro di gravità permanente non è obbligato ad essere fisso ma può crescere. E che cresca lo si nota nella stessa contraddizione che è presente in molti interventi da quello in ambito pubblico a quello del boeriano "integrino le aziende" gli assegni dei lavoratori penalizzati nel reddito perchè vanno in pensione prima. Cosa vuol dire? Semplice. Se io ho le quote per età e contributi e so che a X anni i miei contributi devono essere Y o in assoluto Z (i famosi 42 anni che slegano l'età) posso scegliere di versare Y o Z e quindi raggiungere il montante fissato dall'Inps per la flessibilità. Cosa vuol dire? Vuol dire che esco solo se me lo permette il montante e quindi che finalizzo il risparmio senza perdere reddito futuro.