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Riforma pensioni 2015: flessibilità e tagli, ecco le ragioni per “fermare” Renzi e Boeri

Per MARCELLO ESPOSITO, se l’Italia è cresciuta poco è stato anche perché si è creata un’incertezza sulla previdenza. Meglio quindi evitare una riforma delle pensioni

Tito Boeri (Infophoto) Tito Boeri (Infophoto)

«La migliore riforma delle pensioni è non farne nessuna. Se l’Italia negli ultimi 20 anni è cresciuta poco, è stato anche perché si è creata un’incertezza continua sulla previdenza». Lo afferma Marcello Esposito, professore di International Financial Markets all'Università Cattaneo di Castellanza. Nel piano di riforme presentato sabato dal premier Matteo Renzi all’assemblea del Pd c’è anche un punto, relativo al 2018, dedicato a Irpef e pensioni minime. Un tema che si inserisce nel dibattito, in corso ormai da mesi, sulla flessibilità pensionistica.

Il governo intende ridurre le tasse sui pensionati o introdurre la flessibilità previdenziale?

Non è ancora chiaro che cosa abbia intenzione di fare il governo. Personalmente tra le due opzioni preferirei un’uscita flessibile, anche se i calcoli vanno fatti correttamente. Va applicato alla lettera il metodo contributivo, tenendo conto delle aspettative di vita. Occorre la disponibilità politica a tagliare gli assegni anche in modo consistente, nel caso in cui l’anticipo dell’età pensionabile sia considerevole rispetto ai 67 anni.

Il presidente Inps Boeri ha proposto tagli sulle pensioni più ricche per introdurre un reddito di cittadinanza per gli over 55 che perdono il lavoro. Lei che cosa ne pensa?

Bisogna in primo luogo intendersi su che cosa significhi pensioni più ricche. Le pensioni superiori ai 7mila euro al mese sommate producono un importo minimo, perché sono poco numerose. A meno di fare un esproprio, sarebbe impossibile riuscire a finanziare un intervento serio di supporto al reddito per gli over 55 che perdono il lavoro. Occorrerebbe quindi intervenire anche su assegni più bassi, andando a toccare i diritti acquisiti che non sono una parolaccia, bensì una forma di garanzia del cittadino rispetto all’arbitrio dello Stato. Si finirebbe per mettere “le mani in tasca” a una parte consistente dei pensionati. Sulle pensioni abbiamo già dato, e sarebbe bene che questi argomenti non fossero toccati per un’altra ventina d’anni.

Lei ritiene che sia meglio evitare altri interventi?

Sì. Se noi diamo un’altra volta ai cittadini l’impressione di ritoccare un’altra volta le pensioni, rischiamo di creare un’incertezza nella popolazione che poi si riverbera negativamente sulla crescita economica. Anzi, uno dei motivi per cui negli ultimi 20 anni l’Italia è cresciuta relativamente poco è anche legata al fatto che è stata creata un’incertezza continua sulle pensioni.

Ma il nostro sistema pensionistico funziona?