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SPILLO/ La “doccia gelata” di Poletti su giovani e lavoro

Il nuovo apprendistato sembra uno strumento promettente e ricco di potenzialità. Tuttavia, spiega MASSIMO FERLINI, il Governo ha deciso di gestirlo in maniera statalista

Giuliano Poletti (Infophoto) Giuliano Poletti (Infophoto)

All’inizio della scorsa settimana, su iniziativa di Forma (coordinamento della sede di formazione professionale di ispirazione cattolica) e di Assolombarda, si è tenuto un interessante e importante incontro sulla riforma dell’apprendistato di “primo” e “terzo” livello. Il sottosegretario Luigi Bobba ha introdotto illustrando la proposta del Governo, che dovrà trovare una sua validazione in un biennio di sperimentazione.

Come noto, il contratto di apprendistato che viene attualmente utilizzato è solo quello “professionalizzante” (o di “secondo” livello) escludendo così l’utilizzo di questo contratto per l’inserimento al lavoro delle fasce più giovani e l’utilizzo per percorsi di specializzazione. In particolare, anche dall’Europa sono venute più sollecitazioni ai diversi paesi interessati da una forte dispersione scolastica e dal fenomeno Neet (giovani non occupati, né in cerca di lavoro, né impiegati in percorsi formativi) a valutare l’efficacia del sistema duale applicato nei paesi di tradizione germanica. Qui il forte utilizzo di un percorso di formazione al lavoro molto strutturato e che coinvolge oltre il 40% dei giovani contribuisce a far sì che il tasso di disoccupazione giovanile non si discosti da quello delle altre fasce di età.

Le differenze strutturali del sistema produttivo e le tradizioni scolastiche non permettono di replicare semplicemente il sistema duale tedesco clonandolo, ma la proposta avanzata cerca di riprendere la sostanza adattandola alla realtà italiana. In particolare, si opera finalmente una scelta di fondo: è un contratto di formazione. Si esce così dall’ambiguità e anche dalla continua indecisione fra chi è responsabile del risultato.

L’introduzione di 400 ore di formazione- lavoro per i percorsi tecnici e di 200 ore per chi viene da percorsi liceali indica la volontà di coinvolgere in nuove esperienze di scuola-lavoro tutta la platea giovanile. Vi sono poi scelte che oltre a rendere economicamente vantaggioso per le imprese l’utilizzo di questo contratto (minor costo del lavoro, superamento dell’obbligo di assunzione) cancellano anche vincoli burocratici sui progetti formativi e vincoli regionali che pesavano sulla reale applicazione.

Per il sistema della formazione professionale si apre così, almeno potenzialmente, una nuova stagione di sviluppo. Per quelle realtà che già in questi anni hanno promosso con i corsi triennali esperienze importanti di recupero scolastico di fasce giovanili destinate alla dispersione con ottimi risultati nell’inserimento lavorativo dei giovani, la proposta del Governo apre nuove e importanti prospettive. Rende soprattutto possibile mettere al centro dei programmi il giovane apprendista e rende misurabile e valutabile il raggiungimento dei risultati attesi, siano essi l’assolvimento dell’obbligo scolastico, il raggiungimento di livelli di professionalizzazione o l’ottenimento di specializzazioni post scuola secondaria. Le scuole di formazione professionale sono così il reale tutor del percorso formativo. Scuole superiori e istituti universitari possono avviare percorsi scuola-lavoro che hanno obiettivi chiari da perseguire.