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Riforma pensioni 2015: ecco la flessibilità "dimenticata" (e a costo zero per gli italiani)

Cesare Damiano (Infophoto) Cesare Damiano (Infophoto)

D'altronde, già oggi esiste un sistema di flessibilità (quale quello previsto per le donne con 57-58 anni di età e 35 di contribuzione) che prevede però un ricalcolo della pensione su base contributiva e, quindi, tendenzialmente neutra in termini di oneri previdenziali. Se, pertanto, vogliamo effettivamente favorire un sistema flessibile - che tende anche a responsabilizzare il lavoratore - teniamo bene a mente il necessario equilibrio tra spesa previdenziale e relativo finanziamento.

Un altro aspetto che lascia perplesso è che già dalle motivazioni della proposta di legge promana la non celata esigenza di utilizzare, in un contesto di recessione prolungata, il sistema di flessibilità in uscita quale ammortizzatore sociale. In altri termini, a fronte di una crisi economica di vasta portata si risponde attraverso un ampliamento surrettizio degli ammortizzatori sociali adottando politiche passive che si sostanziano in un aumento della spesa pubblica. Infatti, posto che "nessun pasto è gratis", un aumento della spesa previdenziale, comporta, in una dimostrata incapacità di operare con politiche di spending review, un innalzamento della pressione fiscale.

Altrettanto poco convincente, ancorché seducente, la tesi che un aumento della flessibilità possa comportare un innalzamento dell'occupazione giovanile, disincentivata - secondo gli estensori della proposta - dagli ultimi interventi nel sistema pensionistico. Ora, premesso che non risultano elementi oggettivi su cui basare tale ultimo assunto (bensì è noto che i livelli di disoccupazione giovanile erano molto elevati già prima della riforma Fornero), è da sottolineare che questa visione del mercato occupazionale a "porte girevoli"- nel quale all'uscita del lavoratore anziano possa/debba corrispondere l'ingresso di un giovane - rappresenta una visione estremamente statica.

Le esigenze occupazionali delle aziende non sono dettate da mere motivazioni di ricambio quantitativo, bensì sono legate alla possibilità di ritrovare competenze specifiche (spesso ben diverse da quelle possedute da coloro che vanno in pensione) e dall'esistenza di un mercato di riferimento in crescita. In altri termini, vi è una necessità di garantire il mercato alle imprese e non di garantire un mercato del lavoro, se vogliamo veramente far crescere i livelli occupazionali, favorendo così la permanenza in attività dei giovani e degli anziani.

 

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