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SINDACATI E POLITICA/ L’autunno della rappresentanza dopo il Jobs Act

Ormai il cammino del Jobs Act e quasi concluso e ad autunno il vero tema di confronto tra sindacati e politica sarà quella della rappresentanza, spiega DANIEL ZANDA

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Le politiche del lavoro promosse dall’attuale esecutivo all’interno del Jobs Act sono ormai in via di definizione. Nelle prossime settimane anche gli ultimi decreti delegati in materia di politiche attive e ammortizzatori sociali verranno emanati. In autunno, dopo aver modificato il mercato del lavoro, il governo sembra intenzionato ad affrontare il tema della rappresentanza: nodo cruciale delle relazioni industriali propriamente intese e fattore non secondario della coesione e sviluppo del nostro Paese.

Il tema della rappresentanza (in particolare all’interno delle dinamiche associative sindacali) ha un ruolo importantissimo, in quanto attribuisce a dei soggetti (corpi intermedi) la possibilità di regolare in logica sussidiaria i moltissimi aspetti del mercato del lavoro non disciplinati dal legislatore. Fino a oggi questo potere è stato affermato o negato a fronte di un reciproco riconoscimento. Come si arrivava, per esempio, alla firma del contratto Collettivo nazionale dei lavoratori metalmeccanici? Semplice, Confindustria riconosceva le organizzazioni sindacali quali soggetti rappresentativi, in grado di esprimere posizioni a nome e per conto dei lavoratori: una volta raggiunta un’intesa con tali organizzazioni si poteva avere una buona certezza che quell’accordo non venisse smentito dalla base. Viceversa, le organizzazioni sindacali riconoscevano la controparte in quanto espressione di molteplici aziende, nell’interesse di porre una regolamentazione omogenea su vasta scala.

La rappresentanza non era determinata o definita da regole precise. È il riconoscimento e l’affermazione reciproca di due soggettività, che per storia, opportunità politica, consenso o coesione sociale si legittimano attraverso la firma e la gestione di un accordo collettivo. Negli ultimi anni, a fronte soprattutto delle numerose divisioni, se non addirittura spaccature, della compagine sindacale, il tema della rappresentanza è diventato di cruciale importanza.

È oggi concepibile che una minoranza blocchi una città perché viene indetto uno sciopero da chi rappresenta meno del 5% dei lavoratori? Ma viceversa, è pensabile che nonostante venga sottoscritto un accordo aziendale (leggi Fiat Chrysler Automobiles), votato dalla maggioranza dei lavoratori e quindi approvato democraticamente, una sigla sindacale minoritaria (Fiom) continui la sua battaglia attraverso la magistratura per smentire quell’accordo?

Regolare la rappresentanza vuol dire certificare in modo oggettivo la consistenza di un’organizzazione, stabilirne il peso e alla luce di quello attribuirgli un potere negoziale e comunque di definizione delle regole del mercato del lavoro. Possono sedersi al tavolo delle trattative solo quelle organizzazioni che hanno un certo peso specifico e di conseguenza un accordo può essere validato solo se viene sottoscritto dalle organizzazioni rappresentative (complessivamente) della maggioranza dei lavoratori: questo eviterà non solo che una minoranza blocchi una città, ma la certezza e il rispetto degli accordi fatti, senza correre il rischio che si parli impropriamente di “contratti separati”, ma le organizzazioni maggioritarie firmano gli accordi e altre no.