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Lavoro

IL CASO/ Nuovi contratti di lavoro per i dipendenti pubblici?

I contratti collettivi di lavoro dei dipendenti pubblici sono ormai bloccati da diversi anni. Pare però che nei prossimi mesi si riaprano i tavoli negoziali per un rinnovo. SAMUEL DAL GESSO

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Dal 2010 sono bloccati i contratti collettivi di lavoro (Ccnl) dei dipendenti pubblici: la Consulta ha recentemente dichiarato l'incostituzionalità di tale misura (anche se non con effetto retroattivo) e quindi è prevedibile che nei prossimi mesi si riaprano i tavoli negoziali per un rinnovo dei contratti del pubblico impiego, che dovrebbero avere una valenza triennale sia giuridica che economica. Oltre che per il "digiuno" quinquennale da recuperare, si tratta di un passaggio importante anche per le dimensioni del problema: circa 3 milioni e 300 mila lavoratori, il cui monte salari supera i 165 miliardi di euro, pari al' 11 % del PIL, e il cui rinnovo contrattuale - secondo le percentuali dell'ultima tornata - costa più di 7 miliardi di euro all'anno. Una buona occasione quindi, sulla spinta tra l'altro della recente riforma della pubblica amministrazione, per interrogarsi sul modello contrattuale, cioè sull'assetto e sui contenuti che si vogliono dare ai futuri contratti di lavoro.

E' possibile un approccio sussidiario, che riparta dal basso, anche in tema di contratti di lavoro dei dipendenti pubblici? E' possibile superare un modello che, per "quieto vivere" e per pressioni vetero-sindacali di falso egualitarismo, porta ad appiattire tutti, sistemi organizzativi e singoli, sul livello dei peggiori e toglie motivazioni e riconoscimenti ai migliori?

Veniamo da contratti connotati da un impianto fortemente centralista: le risorse a disposizione sono quantificate, per tutti i comparti della Pa, a livello nazionale nei Documenti di Economia e Finanza; i Ccnl, che si applicano uniformemente per tutto il Paese, entrano in tutti gli aspetti giuridici ed economici di dettaglio, compresa la destinazione delle risorse da dedicare al livello decentrato che viene gestito dagli enti territoriali, con la conseguenza che questo 2° livello si limita a distribuire in contrattazione locale le briciole a disposizione (di solito a pioggia su tutti, alla faccia del merito, della differenziazione e di tutti gli slogan che da anni si vanno ripetendo). E' evidente che, in questo modo, applicando la solita e odiosa logica "lineare" (in questo caso per distribuire non i tagli ma i finanziamenti), non rimane possibilità di tener conto delle diversità che ci sono tra le aree e le Regioni del nostro Paese in termini di costo della vita, mercato del lavoro, qualità dei servizi, livelli di produttività pro-capite, virtuosità ed efficienza dei vari sistemi pubblici.

Come utilizzare lo strumento contrattuale per un rilancio del lavoro pubblico?

Non si può non partire da una responsabilizzazione di tutti i soggetti coinvolti: apparati statali, sindacati, Enti territoriali, lavoratori.

Innanzitutto dunque le burocrazie ministeriali, in grado di esercitare un potere preventivo di veto che, non essendo soggetto a tempi certi "sanzionati" col silenzio assenso, può bloccare a tempo indeterminato l'avvio delle trattative per i rinnovi contrattuali di qualsiasi settore.

Poi le organizzazioni sindacali, che stanno attraversando una crisi di rappresentatività, caratterizzata da un'enorme frammentazione (decine e decine di sigle di cui solo 5/6 in possesso dei requisiti per partecipare ai tavoli negoziali), da riti e formalismi (decine e decine di persone che partecipano alle trattative per 5/6 che intervengono), da politiche di conservazione dello status quo (del tipo "magari poco ma uguale per tutti").