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Lavoro

SINDACATI E POLITICA/ Così Renzi completa la "rivoluzione Marchionne"

Mentre si parla del numero di iscritti ai sindacati, continua la discussione sull'ipotesi di un intervento legislativo su rappresentanza e sciopero. Il punto di GIUSEPPE SABELLA

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Come scriviamo da tempo, sta per entrare nel vivo la querelle governo-sindacati circa alcuni punti su cui le parti discutono da tempo senza tuttavia giungere a conclusioni definitive. Parliamo, innanzitutto, dei temi legati ai criteri della rappresentatività e della rappresentanza; ma anche di sciopero e salario minimo. Sul primo punto, le parti hanno firmato un'intesa (10 gennaio 2014) che - in senso attuativo - non ha sortito grossi passi avanti. L'intenzione del governo è nota da quasi un anno: o vi mettete d'accordo o ci pensiamo noi. In gioco c'è l'esigibilità degli accordi e delle regole. Concretamente, si tratta di stabilire chi ha il diritto di trattare con le controparti e firmare accordi che poi riguardano tutti i dipendenti, che siano iscritti o meno al sindacato.

Come previsto dall'intesa sulla rappresentanza, il governo ha in mente la soglia di sbarramento del 5%: chi rappresenta meno del 5% della forza lavoro non potrà trattare. In questo modo si eviterebbe la partecipazione alle trattative di molte piccole organizzazioni. Ma le stesse sigle maggioritarie, in molti settori - pur essendo firmatarie di un Ccnl - non raggiungono il 5%: ecco spiegata la difficoltà di andare a regime con il testo unico sulla rappresentanza.

Il problema della rappresentanza esplode con il caso Fiat, in particolare dopo la sentenza della Corte Costituzionale del 23 luglio 2013 che, pur riconoscendo legittimo il contratto contestato dalla Fiom, dichiara che non si può togliere diritto di rappresentanza ai non firmatari dell'accordo, sconfessando in parte l'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori. Dopo la sentenza, Marchionne invoca l'intervento del legislatore. Ma i sindacati prontamente rispondono con un accordo che getta le basi dell'intesa del 10 gennaio 2014: per trattare bisogna avere il 5% e l'accordo aziendale firmato è valido erga omnes, cioè per tutti. Anche per chi non lo firma. Ma, a oggi, siamo fermi a questi buoni propositi.

Anche la stessa ratio che ispira il ddl del governo circa la disciplina dello sciopero arriva da Torino: come previsto dal nuovo contratto FCA, lo sciopero è legittimo soltanto nel momento in cui è proclamato a maggioranza tramite il consiglio di fabbrica composto da un membro di ogni sigla firmataria: sono in 5, per proclamare lo sciopero devono essere d'accordo almeno in 3. Come riportavamo qualche settimana fa su queste pagine, le strade che il ddl presenta per la nuova disciplina sono due: la prima è che questo venga proclamato da uno o più sindacati che rappresentano il 50% più uno dei dipendenti; la seconda è che, anche se promosso da un sindacato minoritario, la proposta di sciopero superi un referendum tra i lavoratori dell'azienda, con il 50% dei sì fra i votanti e un quorum del 50% dei dipendenti. In queste condizioni, il recente sciopero Alitalia, indetto dal solo sindacato autonomo dei piloti, non si sarebbe tenuto. Così avviene in Germania ma anche in Inghilterra, per cui - come dice a ragione Pietro Ichino - "si può fare anche da noi".