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Lavoro

SINDACATI E POLITICA/ Le "decisioni impopolari" vitali per Cgil, Cisl e Uil

Per i sindacati non è un momento facile, con attacchi sia dai media che dalla politica. Per EMMANUELE MASSAGLI, Cgil, Cisl e Uil hanno una via d'uscita a portata di mano

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È un agosto piuttosto caldo per il sindacato. Già i mesi di giugno e luglio avevano registrato temperature elevate, sospinte dalla pubblicazione degli ultimi schemi di decreto del Jobs Act (i peggiori, tra l'altro), ancora una volta costruiti senza interfacciarsi con la rappresentanza dei lavoratori; dall'annuncio della volontà del Governo di legiferare su rappresentanza e sciopero; dal mancato accordo sul progetto di riforma degli assetti contrattuali e sulle regole della contrattazione utile a frenare la smania dell'intervento normativo sulle relazioni industriali. L'anticiclone definitivo è stato il caos sui compensi di alcuni dirigenti apicali di Cisl (invero ancora da dimostrare) e la pubblicazione operata da Repubblica di alcuni conteggi interni a Cgil dimostranti un fortissimo calo di iscritti (notizia poi corretta dallo stesso sindacato).

Prevedibilmente le segreterie della triplice, accerchiate da un potentissimo fuoco mediatico, hanno fatto quadrato evidenziando come i ripetuti attacchi abbiano lo scopo di delegittimare il sindacato e contemporaneamente legittimare l'intervento parlamentare, che sarebbe una "prima volta" assoluta per la nostra legislazione sul lavoro, da sempre costruita sul delicato equilibrio legge-autonomia collettiva-contratto. Il teorema di Cgil, Cisl e Uil (l'attacco al sindacato è funzionale agli scopi della politica) è tutt'altro che infondato, ma terribilmente debole mediaticamente.

Una così grande eco è generata non tanto dalla gravità morale dei comportamenti contestati (la cui responsabilità è sempre evidentemente del singolo e non dell'associazione), ma dall'ulteriore prova che questo "scandalo" porta alla sempre più diffusa accusa che il sindacato sia un'istituzione debole e superata. È questo il giudizio profondo che deve essere attaccato dal sindacato; è questa l'argomentazione forte della politica, che poi usa notizie di volta in volta diverse per confermare e ancor più disseminare quel teorema che il sindacato deve riconoscere essere condiviso a tutti i livelli della società, in primis tra i lavoratori più giovani e tra i disoccupati.

In altre parole, ciò che lavoratori e non lavoratori contestano al sindacato è la sua inconcludenza. Di conseguenza, la principale risposta del sindacato dovrebbe essere quella di re-iniziare a "concludere", ovvero a ottenere risultati concreti, positivi ed efficacemente comunicati. Questo già accade, ma spesso il sindacato preferisce alla narrazione dei successi ottenuti in azienda e sui territori la pubblicazione di grandi comunicati stampa sulla politica economica, interviste sull'esigenza di concertazione col Governo, opinioni finanche sulla Rai. È questo a essere crescentemente ignorato o mal sopportato dall'opinione pubblica: quale lo scopo di un sindacato che fa politica generalista in uno dei momenti più difficili per l'occupazione italiana?

Questa, in sintesi, la domanda retorica che il Primo Ministro non si stanca mai di ripetere quando parla di relazioni industriali. Certamente si tratta di un quesito superficiale, ignorante del passato e delle particolarità del nostro mondo sindacale, ma molto efficace per sostenere la tesi "il sindacato stia nel suo recinto", che è poi a grandi linee la posizione del Governo sul tema e il motivo del desiderato intervento legislativo.