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Lavoro

JOBS ACT/ Cosa serve alla flex-security per funzionare davvero?

Fare decollare il sistema dei servizi per la ricollocazione in tempi rapidi è indispensabile perché la flexi-security introdotta dal Jobs Act non rimanga un sistema zoppo. MASSIMO FERLINI

Giuliano Poletti, ministro del Lavoro (Infophoto)Giuliano Poletti, ministro del Lavoro (Infophoto)

Con gli ultimi provvedimenti presi nel consiglio dei ministri di settimana scorsa, il governo ha rispettato i tempi per l'approvazione dei decreti attuativi del Jobs Act.

Questi ultimi provvedimenti hanno come oggetto l'avvio della nuova agenzia nazionale per i servizi al lavoro, i controlli tramite strumenti elettronici del ciclo lavorativo e il riordino degli ammortizzatori sociali.

Nel corso dell'estate, pur con qualche errore di calcolo che ha costretto il ministro Poletti a smentite rispetto ai numeri divulgati dal suo stesso ministero, è stata confermata l'efficacia dei provvedimenti già entrati in vigore.

Ricordiamo che il Jobs Act ha come obiettivo qualificante quello di rendere più efficace il mercato del lavoro favorendo l'incontro fra domanda ed offerta e garantire a tutti i lavoratori servizi che facilitino la ricollocazione. Dato un mercato del lavoro bloccato era indispensabile operare per ricreare mobilità, fluidità e nuovi sistemi di sicurezza sociale.

I risultati registrati dall'Istat hanno confermato che il mercato si è rimesso in moto. Ci sono più occupati di un anno fa e la riforma dei contratti ha favorito uno spostamento verso i contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Restano ancora rilevanti i dati dei contratti a tempo determinato ma anche questi godono delle stesse tutele degli altri contratti. Il calo dei contratti che caratterizzavano il dualismo ed il precariato è il dato significativo e porta a dire che si sta riaffermando un rapporto di lavoro stabile, con tutele sul mercato del lavoro e con più qualità nelle tutele.

E' per questo stupefacente che di fronte agli ultimi decreti le polemiche sindacali e della sinistra siano state focalizzate dal decreto sulla vigilanza del lavoro con strumenti informatici più che sugli altri decreti. Anche in questa tornata la vecchia logica del non toccare nulla sulle regole ha prevalso sulla valutazione dei contenuti concreti e sui provvedimenti che incideranno nella vita quotidiana dei lavoratori.

Le norme che regolavano i sistemi di controllo erano di fine anni 60. Oggi basta avere uno smartphone per essere pienamente tracciabili su cosa si fa, dove si è, quanto si usa per le diverse funzioni.           

Sostenere che si poteva stare fermi appare anacronistico. Precisare invece il principio che, fatta salva la tutela della privacy, non si possono usare gli strumenti di lavoro nuovi per controlli individuali ma per controlli di produttività serve a dare riferimenti certi alle molte cause aperte e dovute proprio alla assenza di interventi per troppi anni. La politica ha scelto giustamente di intervenire e ricongiungere le tutele alle innovazioni tecnologiche intervenute.