BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

RIFORMA PENSIONI 2015/ La vera "flessibilità" che vale più del Ddl Damiano

InfophotoInfophoto

Quello di cui abbiamo bisogno oggi è di un ripensamento generale del sistema previdenziale, pensionistico, non di soluzioni tampone che sono soltanto dei palliativi. Potrei portarle come esempi gli ultimi 20 anni di riforme, dalla Dini del 1995 alla Fornero del 2012: ogni volta c’è stato giurato di aver messo finalmente i conti a posto.

 

E invece?

Invece stiamo ancora a parlare di pensioni, senza aver mai accantonato l’argomento in tutto questo tempo. Chi ha iniziato a lavorare 20 anni fa aveva davanti a sé un orizzonte di vita che gli è stato completamente stravolto in questi anni di riforma. Anche in questo vanno ricercate le ragioni di un pessimismo dilagante, del periodo di depressione (in tutti i sensi) dal quale non riusciamo a venir fuori (tant’è che la “parola” dello Stato non vale niente e nessuno si fida più di nessuno).

 

Cos’è questo ripensamento del sistema di cui ci sarebbe bisogno?

Bisognerebbe avere lo stesso coraggio mostrato con il Jobs Act: rivoluzionare regole e principi, ormai superati e stantii. A cominciare da una netta separazione tra “assistenza” e “previdenza”, con una rivisitazione dell’art. 38 della Costituzione. Fatto ciò, occorrerebbe poi liberalizzare la previdenza: i lavoratori devono diventare artefici della propria pensione. Devono poter far da sé: decidere quanto versare di contributi, quanto tempo lavorare e con quale assegno campare nella vecchiaia. Oggi, invece, accade che in queste decisioni è lo Stato a sostituirsi ai cittadini; è la legge, infatti, che stabilisce quanto pagare di contributi, quanto tempo stare al lavoro e l’importo della pensione. E tutto ciò in nome di un vincolo “solidaristico” tra persone peraltro appartenenti a diverse generazioni, lontano mille miglia dal vero principio di solidarietà. L’etica non può stare fuori dalle decisioni di governo.

 

Quale soluzione propone invece per quanto riguarda i mestieri usuranti?

Sono dell’idea che esiste una profonda differenza tra me, quando avrò 70 anni, e sarò ancora pagato per scrivere articoli dietro una scrivania, e un muratore cui alla stessa età è ancora chiesto di salire su un impalcatura per gettare un solaio nel mese di agosto. Esistono degli sconti: i fortunati riescono a mettersi a riposo con 35 anni di contributi a poco più di 61 anni d’età (con una pensione sicuramente più scarsa) e, probabilmente, a quest’età si hanno ancora le forze per resistere al caldo torrido sulle alture di solai e tetti.

 

Ma solo perché lo stabilisce una legge dovremmo dare per certo che a 61 anni uno si senta abile e capace di scalare ponteggi?

No, non mi convince. La soluzione perciò è la stessa: la liberalizzazione delle pensioni. Una liberalizzazione completa nel senso che indicavo prima, dove cioè i lavoratori devono poter decidere “quanto e quando” (“quanto” pagare di contributi e “quando” pensionarsi) anche in funzione delle proprie “forze” perché, fortunatamente, non siamo tutti uguali e frutti di un unico cliché (come ci tratta, invece, lo Stato).

 

Con gli esodati siamo arrivati alla settima salvaguardia. Il problema può considerarsi definitivamente risolto?