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SINDACATI E POLITICA/ Gli interessi in gioco nella riforma dei contratti

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È evidente che i contratti di settore non possono seguire sempre gli stessi binari. È altrettanto evidente quanto la tendenza delle Confederazioni ad "accentrare" la contrattazione o cercare a tutti i costi l'omogeneità di comportamenti in settori diversi va in controtendenza rispetto all'obiettivo di favorire la competitività delle imprese del sistema e, in particolare, un legame tra costi e risultati, salari e produttività. Inoltre, è sempre più difficile individuare standard di relazioni industriali, stante la radicale diversità insita nei diversi settori: infatti nelle industrie metalmeccaniche, nelle banche, nella Pa, nel commercio, nei settori ad alta innovazione, nelle industrie petrolchimiche, nell'edilizia e nei media esistono grandi eterogeneità, diverse culture e diversi comportamenti.

D'altro canto, al di là di evidenti diversità nel lavoro e nell'organizzazione del lavoro, non in tutti i settori c'è lo stesso livello di partecipazione, cosa che - naturalmente - incide sul risultato. Per fare degli esempi, la partecipazione registrata nel settore della chimica ha prodotto a oggi i risultati migliori in termini di innovazione, di competitività e di flessibilità. Pensiamo, invece, alla metalmeccanica - settore ruspante in tutta Europa - ed è evidente quanto la conflittualità insita in questo settore non sia solamente problematica dal punto di vista della gestione dei rapporti, ma in relazione allo stesso risultato della negoziazione sindacale.

Le stesse scritture delle norme e dei contratti lasciano intravedere diverse filosofie e scuole di pensiero che si esprimono in storie diverse, molte delle quali risalenti a fine '800/primi del '900, tali e tanti sono i trascorsi della nostra manifattura. L'agricoltura e l'edilizia, per fare degli esempi, hanno fatto la storia della contrattazione collettiva, contribuendo ad affermare condizioni di tutela e di equità distributiva, nonché di flessibilità: circa quest'ultimo aspetto, l'edilizia e la chimica sono casi tra i più interessanti.

Il contratto - quale strumento di produzione di valore oltre che di regolazione del lavoro - va rilanciato: vanno promosse e condivise soluzioni ed esperienze innovative. Questo non significa per forza più contrattazione aziendale, ma anche: laddove questa troverà modo di crescere deve poterlo fare, ma ciò di cui si ha bisogno è che cresca una expertise, quella di chi contratta. Per il resto - in un paese il cui sistema produttivo è Pmi nella sua quasi totalità - il Ccnl non morirà mai, a dispetto di chi ne profetizza la fine.

Se questo è l'obiettivo, un accordo generale quale vantaggio può dare?

 

Twitter @sabella_thinkin

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