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SPILLO/ La domanda che manda "in tilt" sindacati e Confindustria

Nelle ultime settimane i sindacati sono tornati alla ribalta, anche per la difficoltà ad arrivare a un'intesa sui rinnovi contrattuali. Il commento di MASSIMO FERLINI

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Pochi giorni fa doveva tenersi un incontro fra Confindustria e i sindacati confederali per affrontare il tema di un accordo generale sulla contrattazione. All'incontro si è presentata solo la Cisl, mentre Cgil e Uil hanno disertato. Se questi sono i prodromi, una nuova fase dell'unità sindacale si potrà fare solo per intervento legislativo. Il richiamo del segretario generale della Uil che ha espresso un rimpianto per il modello di unità sindacale del 1972 è suonato pertanto fuori stagione. Passi che si può considerare una nostalgia legata alle esperienze giovanili, ma appare antistorico e contrastante con le esigenze sindacali di questo periodo.

La ricerca di un accordo sui modelli contrattuali e la rappresentanza sono invece questioni oggi di grande attualità. Il posizionamento fra chi cerca nuove soluzioni e chi difende il passato appare sempre più chiaro e dovrebbe indurre tutti a cercare nella realtà le tante esperienze positive che indicano le strade possibili.

L'apertura del problema è avvenuto come sempre con il botto. Ci ricordiamo tutti come Marchionne fosse il problema. Al fine di porre al centro la ripresa di produttività aziendale rifiutò il contratto nazionale, aprì un confronto aziendale, si sottopose a referendum, riconobbe come rappresentanza solo i sindacati che sottoscrissero il contratto. Sia per Confindustria che per le confederazioni sindacali si aprì un periodo di grande discussione. Veniva insieme cancellato il valore della contrattazione centralizzata e si poneva il problema della rappresentanza aziendale sia come sede di contrattazione, sia come riconoscimento dei rappresentanti sindacali.

Cgil e Fiom furono, in quanto non firmatari del contratto, i sindacati più colpiti. Ma si aprì anche qui una dialettica fra sindacato di categoria e confederazione generale sui ruoli e i compiti di rappresentanza. I temi oggi aperti interrogano tutti i sindacati, padronali e dei lavoratori. Da un lato, per quanto riguarda la contrattazione, si cerca di frenare lo spostamento sulle imprese e i territori muovendo un'obiezione strutturale. L'Italia, si sostiene, è fatta per il 90% di piccole imprese: se cancelliamo il contratto nazionale lasciamo senza riferimenti e tutela la maggioranza dei lavoratori del settore privato.

A un'osservazione vera si fa seguire una deduzione sbagliata. In discussione non c'è la volontà di cancellare ogni riferimento nazionale o unitario per categoria. Nessuno vuole riportare nelle articolazioni sindacali quel pasticcio che è stato indotto nelle istituzioni dal decentramento conflittuale fra Stato e regioni introdotto dalla riforma del Titolo quinto. La domanda che sta avanzando, e che trova riscontro in molti accordi già sottoscritti su base aziendale e territoriale, è di avere dentro una cornice nazionale di minimi fissati un nuovo spazio di contrattazione aziendale e/o territoriale.


COMMENTI
27/09/2015 - Vuoto di legge (Moeller Martin)

Nei paesi civile i cosiddetti diritti fondamentali sono regolati per legge e non lasciati agli umori ed agli intrallazzi delle 'parti sociali'. Nelle piccole aziende poi il sindacato è superfluo perché gli accordi si fanno faccia a faccia su base singola.