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Lavoro

SPILLO/ Lavoro, un "anello" vale più dei bonus di Renzi

Le politiche messe in campo dal Governo in tema di lavoro, spiega RAFFAELE BONANNI, non hanno sortito grossi risultati. Nel 2016 bisogna fare interventi di altro tipo

Raffaele Bonanni (Infophoto)Raffaele Bonanni (Infophoto)

Nei sondaggi riguardo le urgenze più sentite dagli italiani svetta sempre ai primissimi posti il problema di ottenere un impiego, di non perderlo quando già lo si ha, di guadagnare un lavoro il più stabile possibile qualora si è  con contratto precario. Si viene da un tempo lungo di crisi economica che ha reso le persone più consapevoli dell'importanza del lavoro: della possibilità che offre per il sostentamento di se stessi e della propria famiglia, della necessità trascendentale di un impegno personale di senso. Per questo, soprattutto negli ultimi anni, i governi hanno voluto far notare il loro incessante impegno per far crescere e stabilizzare i posti di lavoro, attraverso soluzioni di volta in volta annunciate come risolutive e capaci di offrire molte occasioni in più.

I diversi esecutivi succedutisi non si sono impegnati a rimuovere i nodi strutturali dell'economia, ma in fumose campagne propagandistiche, su terreni ritenuti più facili da manovrare. È capitato con il celeberrimo articolo 18: doveva con la sua rimozione eliminare per gli imprenditori i grandi ostacoli psicologici e materiali ad ampliare gli organici delle proprie aziende, per togliere le remore a superare il fatidico limite di 15 dipendenti e non incorrere nell'ordine di applicazione di quella norma troppo garantista per i lavoratori, e ritenuta, all'opposto, dannosa per l'impresa. Ma come ormai acclarato, superate le Colonne d'Ercole dello Statuto dei lavoratori, il balzo in avanti storico che ci si aspettava dagli imprenditori di quelle tantissime piccole aziende non è avvenuto. La questione si è risolta in sé, senza che nessuno abbia dato conto delle affermazioni tanto perentorie rassegnate all'opinione pubblica.

Lo stesso si può dire degli incentivi di ogni sorta dati alle aziende, pur di spingerle ad assumere lavoratori con contratti più "stabili". L'ultimo intervento del governo Renzi è stato da manuale: l'anno scorso ha offerto soluzioni robuste di decontribuzione e il risultato nel numero dei nuovi assunti è stato pressoché pari all'anno precedente; è avvenuta solo una partita di giro interna ai vari contratti di lavoro, dove il tempo indeterminato ha assorbito un po' di apprendistato, qualche tempo determinato e una pattuglia di cocopro: questi ultimi resi meno praticabili nelle aziende fortemente sospettate di nascondere rapporti di lavoro dipendente sotto mentite spoglie. 

Il risultato del 2015 si è mostrato così gramo da indurre il governo a ridurre sensibilmente il budget della decontribuzione per l'anno nuovo appena arrivato. Ma perché non dirlo con chiarezza? Cosa mai potrà convincere un imprenditore ad assumere, e per giunta stabilmente, se le sue commesse non crescono rispetto al passato? Se sommassimo il monte miliardi di euro occorsi per finanziare le innumerevoli provvidenze a favore delle imprese per le assunzioni avremmo finanziato riduzioni di costi fiscali, infrastrutture materiali e immateriali, logistica, politiche di raccordo tra istruzione e lavoro.