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Lavoro

SINDACATI E POLITICA/ La legge "dietro l'angolo" per salario minimo e rappresentanza

L’anno che si è appena aperto, spiega FIORENZO COLOMBO, ci consegna le cose rimaste in sospeso nell’anno che si è chiuso da poco, anche per quel che riguarda i sindacati

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L’anno che si è appena aperto ci consegna le cose rimaste in sospeso nell’anno che si è chiuso da poco e nella banalità di questa affermazione è contenuto un dato della realtà oggettivo e ineludibile: i problemi difficilmente si risolvono da soli, in particolare se essi sono frutto dell’azione umana, a differenza delle dinamiche ed eventi collegati alla biologia, all’anagrafe “del tempo”, alla fisica.

Per esempio, la meteorologia si sta assumendo oneri e meriti che qualche anno fa erano impensabili in materia di PM10 e altri fattori che rendevano l’aria pesante e irrespirabile nelle nostre concentrazioni urbane: in questo caso il tempo si sta incaricando di darci una mano in vicende che, altrimenti, non saremmo in grado di risolvere, se non a prezzi di cui non saremmo capaci di pagare. E qui il discorso ci porterebbe da altre parti, molto lontane e comunque tali da suscitare passioni ed emozioni alquanto intense.

Per stare più prosaicamente al mestiere che conosciamo, quando parliamo di cose sospese ci riferiamo, ad esempio, a una questione che rimane sullo sfondo dei nostri italici scenari e di cui, spesso, facciamo fatica a percepirne gli sbocchi: la vicenda sindacale e della regolazione del lavoro nel nostro Paese.

Il Contratto nazionale dei metalmeccanici, da sempre faro e spia delle relazioni industriali italiane, non si è ancora rinnovato e non si capisce quando ciò avverrà: si sa solo che, a differenza degli scorsi anni, l’associazione settoriale dei datori di lavoro aderente a Confindustria, la Federmeccanica, non appare più disponibile a convenire le intese solo con una parte dei sindacati (Fim-Cisl e Uilm-Uil, oltre alle altre sigle degli autonomi) ovvero senza la potente Fiom-Cgil. Anzi, la Federmeccanica ha avanzato alcune condizioni irrinunciabili, alcune relativamente nuove, quali, ad esempio, il riconoscimento di futuri adeguamenti retributivi solo a posteriori ovvero dopo l’eventuale registrazione di un tasso minimo d’inflazione; in mancanza dei requisiti di “svalutazione” non si applicherebbero aumenti salariali, se non pattuiti in azienda, frutto di reali e accertati incrementi di produttività del lavoro e di redditività delle imprese.

In alcuni tavoli paralleli sono in corso contatti e incontri a diversi livelli, in particolare tra esponenti delle confederazioni che rappresentano i diversi settori produttivi, per cercare di delineare nuove cornici entro cui rinnovare i diversi contratti nazionali di settore, per non lasciare le singole federazioni con l’onere di rinnovi senza riferimenti generali normativi ed economici a valere per tutti (il cosiddetto cerino acceso in mano…).

È pur vero che taluni settori stanno procedendo nei rinnovi contrattuali senza avere modelli generali a cui ispirarsi (chimici, gomma e plastica e altri), figli di una tradizione sindacale che, in modo silente ma concreto, raggiunge accordi e intese su modalità e regole del lavoro, scambiando flessibilità e retribuzione, delineando un quadro più moderno di relazioni tra lavoratori e imprese; ma questa tradizione non è generalizzabile ai diversi settori, per ragioni storiche e culturali, ma anche per differenti orientamenti politico-sindacali interni ai diversi mondi confindustriali e sindacali.