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Lavoro

IDEE/ Occupazione, ecco come l'Italia può guadagnare 5 anni

L'Italia ha bisogno di accelerare la ripresa dell'occupazione se non vuole impiegare altri cinque anni per tornare ai livelli pre-crisi. MASSIMO FERLINI spiega cosa si può fare

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Un 2016 con più lavoro per tutti è un buon augurio per chi su questo fronte è impegnato a cercare soluzioni che rispondano al bisogno di lavoro di ancora troppi disoccupati. In realtà, l'Italia ha bisogno di più lavoro perché non solo i disoccupati possano trovare collocazione, ma perché occorrono più italiani al lavoro. Dobbiamo assorbire molti, donne e uomini, che sono inattivi pur essendo in età lavorativa. Il tasso di occupazione del nostro Paese rimane ancora troppo basso rispetto ai paesi avanzati con cui siamo in competizione. È questo il dato più importante con cui valutare nel corso dei prossimi dodici mesi l'effetto delle scelte di politica economica operate dal governo.

La fiducia immessa e richiesta al sistema produttivo sta dando i primi risultati. La crescita del Prodotto interno lordo ha il segno positivo e le previsioni sono al rialzo. Se però i tassi di crescita restano compresi fra l'1% e il 2% su base annua non possiamo pensare di avere effetti di assorbimento della disoccupazione e di ripresa occupazionale eclatanti. Di questo passo avremo bisogno di oltre 5 anni per tornare a tassi di occupazione degli anni di pre-crisi. Le misure economiche a sostegno degli investimenti e quelle dedicate al Mezzogiorno potranno innescare un circolo virtuoso di investimenti e di ripresa della produttività. È da questo combinato disposto che potremo avere effetti occupazionali superiori a quelli attesi solo dalla ripresa di crescita del Pil.

Il taglio delle tasse e il sostegno ai consumi hanno contribuito certamente a dare impulso alla domanda. Il Paese non è però percorso da una spinta a rimboccarsi le maniche. Il Censis ha fotografato una realtà sociale ancora assopita, come se rimanesse in attesa che riprenda il tran tran precedente, senza ancora la coscienza che vi è bisogno di mettersi in moto per affrontare nuove sfide.

Senza assegnare alla politica una funzione salvifica è possibile però chiedere che vi sia più impegno per sostenere chi è disposto a mettersi in gioco? È evidente che le indecisioni del processo di liberalizzazione nel mercato dei servizi locali e nazionali sono state un freno per le spinte che pure si erano create nel Paese. Non si tratta di sposare tesi liberiste, ma in troppi settori l'ostacolo alla modernizzazione viene da norme antiquate, da mancanza di concorrenza, dal sopravvivere di corporativismi che sono pagati dalla comunità, sia con prezzi superiori ai paesi competitivi, sia con minor occasioni di lavoro.

Sostenere invece chi è disposto a investire in nuove imprese, dare alle start-up condizioni che ne favoriscano la crescita deve diventare il driver delle scelte per interventi a favore di nuove occasioni di lavoro.

È in un panorama di crescita economica che si potrà valutare appieno la portata dei provvedimenti contenuti nel Jobs Act. A oggi possiamo dire che sono serviti a creare un mercato del lavoro meno dualistico. I contratti applicati hanno esteso le tutele a molti lavoratori che prima erano figure precarie e senza diritti. Hanno contribuito anche a far emergere parte di lavoro nero e quindi creare più occupazione. Nello stesso tempo i nuovi ammortizzatori sociali hanno sostituito un sistema che tendeva a creare una disoccupazione occulta e passiva. Infatti, le casse integrazioni pluriennali, che nascondevano crisi industriali che non avrebbero mai trovato una nuova soluzione occupazionale, scompariranno.