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LICENZIAMENTO IN 48 ORE/ Bonanni: due regole valgono più degli "slogan" di Renzi

Anziché parlare di licenziamento dei fannulloni in 48 ore, dice RAFFAELE BONANNI, da tempo il Governo può con due semplici regole migliorare il pubblico impiego

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A Matteo Renzi sarebbe bastata l'applicazione delle stesse regole del lavoro privato al pubblico impiego e caricare maggiore responsabilità in capo ai dirigenti per i casi di mancato o ritardato intervento in caso di trasgressioni disciplinari dei dipendenti, per fare sul serio nel contrasto delle truffe e dell'assenteismo illegittimo nel pubblico impiego. 

Insomma, sarebbe bastato inserire queste due piccole e semplici regole in un qualsiasi decreto legge dei tantissimi approvati in questi quasi due anni di governo per risolvere questo annoso problema che appassiona tanto le cronache italiche, e che fa infuriare i contribuenti ormai smarriti e attoniti di fronte a tasse in aumento e servizi di qualità e intensità inferiori.

E invece no. Il Governo non fa quello che sarebbe più semplice fare pur di risolvere  finalmente il problema. È successo, invece, che ancora una volta il Premier ha usato il tema dei cosiddetti fannulloni come demagogica arma di distrazione di massa. Trova per l'ennesima volta utile annunciare bandi e lanciare proclami modello slogan: «A casa i fannulloni, subito licenziati in 48 ore, fuori i ladri e i furbetti del cartellino». Chi può sostenere il contrario? Chi può opporsi? Anzi, sarebbe utile rilanciare: «Perché non licenziarli in 24 ore? Perché non condannarli alla pubblica gogna?». E il gioco a chi la spara più grossa potrebbe continuare nel Paese degli smemorati e dei creduloni. 

La verità è che dietro le sue chiassate, Renzi nasconde altro. Nasconde la volontà del governo di far calare il silenzio su scandali come quelli del mondo bancario. Nasconde l'incapacità di dare davvero ossigeno a un'economia misera e ancora tutta dentro gabbie e rendite di posizione. Nasconde l'improvvisazione di una politica europea fatta solo attraverso spot. E allora meglio puntare il dito sui dipendenti pubblici infedeli e metterli all'indice. Ma se davvero si volesse o si fosse voluto intervenire su questo deleterio fenomeno, lo si poteva fare già da tempo. Perché attendere?

Tutti gli addetti ai lavori concordano su due regole semplici ed efficaci. La prima prevede l'estensione anche ai dipendenti pubblici delle norme previste per il settore privato, comprese naturalmente le norme sui procedimenti disciplinari e sui codici di disciplina. La seconda riguarda la dirigenza pubblica. Ebbene, oggi come oggi per quieto vivere, per omertà, per ignavia, per la volontà di scansare responsabilità e rogne, i dirigenti pubblici si guardano bene dall'avviare procedimenti disciplinari nei confronti dei dipendenti furbi e infedeli. Tanto più trincerandosi dietro l'alibi secondo il quale in caso di errore possono essere chiamati a rispondere per danno erariale.