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Lavoro

RIFORMA PA/ Così l'addio alla casta può diventare realtà

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Per intenderci, un dirigente regionale potrà tranquillamente concorrere al conferimento di un incarico dirigenziale statale o locale e viceversa, proprio in virtù del principio di unicità della qualifica dirigenziale espressamente sancito nel decreto. Tuttavia è proprio questo aspetto a determinare la necessità di un ulteriore affondo, indispensabile per comprendere a cosa si vuole realmente approdare.

Sappiamo che a seguito dalla cosiddetta privatizzazione del rapporto di impiego, intervenuta con la riforma Cassese nel 1993, l’amministrazione (ministero, regione o comune che sia) che bandisce un concorso stipula poi col vincitore, attraverso la sua assunzione, un contratto di lavoro a tempo indeterminato, destinato a segnare l’appartenenza del dipendente a quell’amministrazione, pur in presenza delle possibili e temporanee modifiche del rapporto stesso ammesse dalla legge (aspettative, comandi, collocamenti fuori ruolo, ecc.). Ma per il dirigente non sarà più così.

Proprio il decreto legislativo in corso di adozione s’incarica di prevedere espressamente, infatti, che il rapporto di lavoro di ciascun dirigente venga sì costituito con contratto a tempo indeterminato stipulato con l’amministrazione che lo assume, precisando tuttavia, subito dopo, che il successivo conferimento di un diverso incarico dirigenziale da parte di altra amministrazione comporterà la cessione a quest’ultima del medesimo rapporto contrattuale a tempo indeterminato, ferma restando la collocazione del dirigente stesso nel Ruolo nazionale di appartenenza.

In un simile scenario due, più di altri, sono pertanto gli elementi che tenderanno a caratterizzare quella che si annuncia come una vera e propria “mutazione genetica” dello status dirigenziale pubblico nel nostro Paese. Il primo è la fine dello stabile legame con un’amministrazione di appartenenza quale fattore cruciale, sino a oggi, nel determinarsi di un’autocoscienza professionale riconoscibile anche all’esterno (sono un dirigente del comune di... o del ministero del....). Il secondo elemento (diretta conseguenza del primo) è dato dalla considerazione, di portata tutt’altro che nominalistica, secondo la quale ciò che il decreto chiama Ruolo (evocando a una prima lettura tutta la densità tecnico-giuridica che questo termine comporta) costituisce, in realtà, un Albo abilitante allo svolgimento dei diversi compiti propri della dirigenza. Questa sarà chiamata, pertanto, a proporsi in termini competitivi sul mercato della Pubblica amministrazione italiana, pur se attraverso regole e procedure predefinite e con alcune limitate garanzie di atterraggio morbido nel caso di progressiva espulsione dal mercato stesso.

Quali saranno, allora, fattori critici di successo necessari in questa competizione, per non rischiare di finire “fuori mercato”? Fedeltà politica al governo di turno, articolati curricula costruiti al netto di capacità o attitudini professionali effettivamente dimostrate o la verifica di esperienze maturate sul campo e valutate mediante modelli evoluti, in grado di rilevare l’outcome delle azioni prodotte, anche attraverso l’indispensabile coinvolgimento degli stakeolder pubblici e privati di riferimento?

Si tratta di interrogativi la cui risposta, ben al di là delle formulazioni di principio sui criteri di conferimento degli incarichi e sulla qualificazione degli organismi collegiali chiamati a declinarli, non è certo reperibile tra gli articoli del decreto, ma piuttosto nei comportamenti di quanti saranno chiamati a darvi concreta applicazione.

È vero che questa svolta a spiccata matrice aziendalistica scaturisce dal consolidarsi di una ben precisa lettura logico-giuridica del processo di legittimazione democratica secondo la quale c’è un governo (o un organo di vertice politico) indirettamente o direttamente espresso dalla volontà popolare a cui la dirigenza deve rispondere affinché il suo agire professionale sia posto effettivamente a servizio della collettività, così da sottrarsi alle dinamiche di un’interessata autoreferenzialità e alle spinte di autoconservazione tipiche di qualsiasi casta.