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Lavoro

RIFORMA PA/ Così l'addio alla casta può diventare realtà

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Ma anche in questa cornice, che oblitera l’impostazione precedente a cui s’impronta ancora largamente la nostra amministrazione pubblica, costituita da una funzione burocratica posta a presidio tecnico di legalità rispetto ai possibili abusi del potere, si tratta di comprendere chi sarà il vero azionista di riferimento rispetto a cui parametrare la propria performance dirigenziale: il vertice politico di turno della propria amministrazione, in quanto unico soggetto in grado di offrire una chance di futuro collocamento nel mercato professionale alla scadenza dell’incarico, ovvero la collettività sociale nel cui servizio l’amministrazione stessa (vertice politico e dirigenza) trova il suo funzionale e finalistico riferimento?

L’interrogativo non è di poco conto e dalla sua risoluzione pratica dipenderà, in larga misura, il vero futuro di quel cambiamento che il decreto intende realizzare, così come quello relativo alla ricomposizione di una virtuosa alleanza nei rapporti tra amministrazione pubblica e singoli cittadini, corpi intermedi e imprese. Appare evidente che sulle diverse opzioni tecniche utili a sciogliere in termini appropriati la questione appena indicata sussistono, ovviamente, margini significativi di opinabilità e di confronto che lo stesso testo del decreto consente, pur dentro vincoli normativi chiaramente tracciati.

Smarrire, però, la centralità del fattore umano in tale processo di cambiamento potrebbe risultare davvero esiziale. Argomenti sensibili come il rapporto tra politica e dirigenza pubblica, la valorizzazione di una reale professionalità e l’interesse alla valutazione dei risultati prodotti costituiscono, infatti, altrettante frontiere in cui si gioca tutto il senso di una tensione ideale al bene comune che, pur nella distinzione delle funzioni a cui ciascuno è chiamato, non può essere prodotta o supplita da sistemi organizzativi tanto perfetti “che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono”.

In questo senso l’entrata in vigore del decreto può davvero costituire una grande occasione per mettere di fronte alla propria responsabilità tanto la politica che la dirigenza, chiamando in particolare quest’ultima a un’inedita consapevolezza di quella che non sarà più l’appartenenza a un’amministrazione o a un ente bensì a una vera e propria “comunità professionale”.

Investire, in chiave motivazionale, sul valore etico e professionalizzante di tale vincolo comunitario può davvero costituire un fattore decisivo per il salto di qualità che necessita nella relazione di quanti operano nel “palazzo” a servizio di quanti ne stanno al di fuori, promuovendo nei primi la rinnovata consapevolezza, prima che il richiamo al mero obbligo contrattuale, di essere chiamati ogni giorno a concorrere, col proprio lavoro, alla crescita sociale ed economica di una città, così come di una regione o di un’intera nazione.

Condizione essenziale affinché il decreto non finisca, invece, per tradire se stesso in fase attuativa, segnando l’appiattimento alle contingenze di una politica di corto respiro, con tutti gli inevitabili riflessi sulle condotte proprie della dirigenza, rimane quella di riconoscere che anche nel settore pubblico esiste un’emergenza educativa da affrontare. In questa direzione occorre guardare con estremo favore, ad esempio, alle disposizioni del decreto riguardanti la trasformazione della Scuola nazionale dell’amministrazione in una vera e propria Agenzia, che dovrà vincolare, peraltro, la propria configurazione organizzativa alla previa interlocuzione con istituzioni nazionali e internazionali di riconosciuto prestigio operanti nel settore.

Ma l’iniziativa pubblica, pur indispensabile, non può di certo esaurire l’insieme degli attori che necessitano per promuovere e sostenere un simile percorso educativo. Per quest’ultimo può risultare davvero determinante, infatti, il protagonismo sociale e scientifico di soggetti diversi che, scevri dalla difesa di interessi di casta, tendano a configurarsi invece, nell’inscindibile mix di patrimonio ideale condiviso e dimensione tecnico-sicientifica, quali ambiti educanti proprio in quanto permanentemente orientati al confronto e alla valutazione riguardanti esperienze professionali in atto, anche attraverso il coinvolgimento, anche in chiave critica, degli stessi stakeholder esterni all’amministrazione.

È questa “conversione” dello sguardo nei riguardi di un mondo certamente complesso e contraddittorio come quella del lavoro pubblico a costituire, probabilmente, il primo e più elementare passaggio necessario per garantire un’attuazione della riforma che non intenda tradirne lo spirito e le finalità dichiarate.

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