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IDEE/ Le nuove strade per trovare occupazione

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Questa preferenza è indubbiamente collegata a un fattore sociale ed economico: il successo occupazionale di un disoccupato assistito da un operatore accreditato ai servizi al lavoro genera degli incentivi economici corrisposti dai diversi programmi istituzionali (che si tratti di Garanzia giovani o Dote unica lavoro della virtuosa Lombardia). Come accennato prima, di per sé questo non è assolutamente un male, perché lo scopo finale è preoccuparsi che ci sia un lavoro per ciascuno. Il passo precedente e determinante consiste nell'attuare politiche attive prima che il lavoratore sia disoccupato, in fase di riduzione o contrazione lavorativa.

Oggi questo potrebbe essere visto come uno spreco di risorse, in quanto è enorme il bisogno delle persone che non hanno un lavoro e devono essere aiutate, ma in realtà risponderebbe alla necessità di predisporre i lavoratori ad aderire a percorsi di riqualificazione: quante volte sentiamo dalla bocca dei disoccupati frasi come "non mi serve la formazione, mi serve un lavoro", oppure "alla mia età tornare a studiare? Devo portare a casa i soldi"; oppure quanti in fase di esubero preferiscono monetizzare una buona uscita che ricevere servizi alla ricollocazione. Tutte affermazioni più che legittime, ma poco corrispondenti a un atteggiamento adeguato al cambiamento dei tempi e alle dinamiche del mercato del lavoro.

Come poter innescare un'inversione di tendenza? Come generare un vero accompagnamento che, pur partendo dal bisogno del lavoro, non lascia da sole le persone, affermando una dinamica che non si esaurisce nel trovare un'occupazione, ma educa a un'attenzione al percorso lavorativo e quindi a una costante proattivazione?

Come diceva Eliot, non vogliamo sognare "sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono". Serve una rinnovata gratuità e carità anche nel lavoro, dove i mondi dell'associazionismo, volontariato, della formazione e le realtà sindacali e datoriali non siano preoccupate solo della ricollocazione (e dei corrispettivi incentivi economici), ma prendano seriamente in carico il bisogno della persona. Questo bisogno non è sentimentalmente riconducibile al solo posto di lavoro, perché al giorno d'oggi, dopo qualche mese (tempo che cessi un contratto temporaneo) saremmo punto e a capo. Abbiamo bisogno di una compagnia lungo tutta la vita lavorativa, per sostenere e ridestare continuamente il desiderio di essere protagonisti nel lavoro; uomini e donne in grado di rimettersi continuamente in gioco, senza subire i cambiamenti che la nostra epoca impone, ma in grado di affrontarli e possibilmente governarli. Servono regole chiare e semplici, realtà (profit e no profit) che non prendano in giro i disoccupati, ma li prendano in carico e un'educazione al lavoro che cambia.

Il tempo è ormai scaduto. Le migliori esperienze devono diventare al più presto un esempio, anche per il decisore politico.

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COMMENTI
04/10/2016 - W le illusioni (Michele Ballarini)

Un dipendente in più è un dipendente a libro paga, tendenzialmente per sempre, anche se di fatto licenziabile a discrezione del datore di lavoro, che se la caverebbe pagando al lavoratore qualche mensilità, cioè una "cicca di tabacco". Politiche a favore dell'occupazione giovanile ne sono state fatte, dal programma "garanzia giovani" (un flop) al job act. L'unico modo per incentivare le assunzione sembra quello di prevedere sgravi previdenziali e fiscali a favore dei datori di lavoro. Inoltre, stipendi particolarmente bassi favorirebbero le assunzioni (e infatti, fioccano, o fioccavano, gli stages con giovani sottopagati a lavorare tanto quanto un dipendente a tempo indeterminato, fioccano i "voucher", ecc.). Tutte queste politiche causeranno, tra 20 o 30 anni, una moltitudine di anziani praticamente indigenti, che non potranno contare sull'aiuto dei familiari. Il welfare previdenziale va potenziato e su di esso l'Italia, che NON E' LA GERMANIA, deve investire. Il rispetto di regole ottuse porteranno l'Italia al default: è inevitabile.