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IDEE/ Le nuove strade per trovare occupazione

Le politiche attive stanno diventando sempre più importanti in un mercato del lavoro in continua evoluzione. Le regole da sole però non bastano, ricorda DANIEL ZANDA

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Perché sono importanti le politiche attive? Non basta provare a rispondere a questa domanda per comprendere la portata della questione, al punto che il Jobs Act viene definito incompiuto proprio a causa della mancata attuazione degli strumenti necessari a realizzare nel nostro pPaese un moderno sistema di politiche attive di accompagnamento al lavoro. Per il solo scopo di favorire una migliore comprensione del fenomeno, mosso dalla profonda convinzione che di politiche attive i lavoratori di oggi e di domani dovranno farne indigestione, cerchiamo di capire cosa sono e vedere perché sono così importanti.

Senza la pretesa di coniare un significato accademico, mi permetto di suggerire una semplice definizione di politica attiva del lavoro, molto concreta e realistica: l'insieme di iniziative finalizzate a sostenere l'occupabilità delle persone, che può comprendere un servizio, quale il bilancio delle competenze, fino all'erogazione di interventi formativi finalizzati all'aggiornamento/accrescimento professionale.

Sostenere l'occupabilità vuol dire innanzitutto diminuire il mismatching esistente tra le necessità delle imprese (dal punto di vista professionale) e le skills del lavoratore. Indubbiamente una grande responsabilità è da imputarsi al sistema di istruzione e formazione, ma in un mondo del lavoro dove l'ict, il know how e i processi produttivi hanno un tasso di obsolescenza inferiore al quinquennio, il fattore determinante rimane sicuramente avere un'educazione con dei fondamentali forti, ma soprattutto la predisposizione e la capacità di migliorarsi, adattarsi e cambiare, in un continuo apprendimento durante la vita lavorativa.

Tutto questo la singola persona non è in grado di sostenerlo. Forse una fascia ridotta della popolazione è in grado di leggere i cambiamenti del mondo del lavoro, elaborarli e declinarli nel settore di appartenenza, intraprendendo gli accorgimenti necessari per il proprio aggiornamento professionale. La maggioranza delle persone deve essere accompagnata, sia nello scoprire il valore di una politica attiva che nella sua realizzazione e implementazione.

Buona parte del problema è racchiusa nel ridurre e limitare le politiche attive ad azioni finalizzate alla ricollocazione. Non voglio essere frainteso, se le politiche attive del lavoro non portano al risultato occupazionale sono inutili, ma occorre aver chiaro qual è il punto di partenza, l'origine, per raggiungere lo scopo.

Abbiamo bisogno di realtà (operatori del mercato del lavoro, sindacati, enti di formazione, associazionismo) che educhino i lavoratori alle politiche attive, ovvero facciano comprendere l'importanza di dover affrontare un mondo del lavoro che non si sostanzia più nel posto di lavoro, quanto invece nel percorso, nei percorsi lavorativi. Se quindi la politica attiva si realizza solo nella fase di assenza del lavoro e non è accompagnata da una sua valorizzazione sia culturale che operativa, risulterà nella maggioranza dei casi inefficiente.

Proprio a fronte di una frequente instabilità contrattuale, le fasi di non lavoro saranno sempre meno accidentali nella vita occupazionale di ciascuno e sempre più un fattore di ordinaria quotidianità. La maggior parte degli operatori attualmente protagonisti nel mercato del lavoro concepisce le politiche attive solo nella declinazione della ricollocazione, dove al centro nel migliore dei casi viene messa solo la necessità delle imprese, senza l'intento di voler prendere seriamente in carico la persona.


COMMENTI
04/10/2016 - W le illusioni (Michele Ballarini)

Un dipendente in più è un dipendente a libro paga, tendenzialmente per sempre, anche se di fatto licenziabile a discrezione del datore di lavoro, che se la caverebbe pagando al lavoratore qualche mensilità, cioè una "cicca di tabacco". Politiche a favore dell'occupazione giovanile ne sono state fatte, dal programma "garanzia giovani" (un flop) al job act. L'unico modo per incentivare le assunzione sembra quello di prevedere sgravi previdenziali e fiscali a favore dei datori di lavoro. Inoltre, stipendi particolarmente bassi favorirebbero le assunzioni (e infatti, fioccano, o fioccavano, gli stages con giovani sottopagati a lavorare tanto quanto un dipendente a tempo indeterminato, fioccano i "voucher", ecc.). Tutte queste politiche causeranno, tra 20 o 30 anni, una moltitudine di anziani praticamente indigenti, che non potranno contare sull'aiuto dei familiari. Il welfare previdenziale va potenziato e su di esso l'Italia, che NON E' LA GERMANIA, deve investire. Il rispetto di regole ottuse porteranno l'Italia al default: è inevitabile.