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Lavoro

PIL E LAVORO/ Il mantra spagnolo pericoloso per l'Italia (e per Renzi)

Negli ultimi giorni non si fa che parlare bene della Spagna e dei suoi risultati economici. Ma l’Italia, si chiede GERARDO LARGHI, deve guardare davvero a Madrid per migliorare?

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Oh, finalmente anche l’Europa ha la sua economia “alla cinese”: tassi alti (vabbè, il 3% non sarà altissimo, ma vuoi mettere con il nostrano “zero virgola”?), un’economia che sfonda e una disoccupazione che cala. Tutti penseranno che si stia parlando della Germania, il gigante cannibale che da anni ci sta sottraendo, così riferiscono i sempre informatissimi economisti, le “nostre” risorse. Se non fosse per lei, dicono i circoli nei quali dominano i Premi Nobel, le industrie italiane si sarebbero già rilanciate, gli ordini pioverebbero come gli scrosci dell’autunno lombardo, i salari sarebbero a livello svizzero e la disoccupazione al livello di Dubai.

E invece no, non stiamo parlando della vecchia “Merkel-Land”, ma della straordinaria Spagna, laddove caballeros e imprenditori si sono messi d’accordo per ricostruire l’opulenta età dell’oro di Carlo V. Almeno così parrebbe a leggere le cronache di queste ore, nelle quali il presidente del Banco Central di Spagna, il molto illustre Luis Linde, ha annunciato che l’economia spagnola è quella che ha il tasso più elevato di crescita visto che negli ultimi tre anni è cresciuta di più del 3% e che questo ha creato occupazione grazie, ça va sans-dire, all’immancabile riforma del mercato del lavoro.

Siccome al fianco di Linde c’erano tre esperti del calibro di Jean-Claude Trichet, a sua volta ex governatore della Banca centrale europea (Bce), Ferruccio de Bortoli, editorialista del Corriere della Sera, e Roberto Napoletano, direttore del Sole 24Ore, il problema si è spostato subito sull’Italia e sul mercato del lavoro che, nonostante le riforme, sarebbe ancora un peso, una palla al piede delle dinamicissime industrie tricolori. Più flessibilità, è stato il grido, la voce dal sen fuggita di quella assise tanto celebre e tanto saggia.

Vabbè, direte voi, e qual è la novità? Anche nei loro raduni serali, dopo aver deposto l’uovo, i polli si interrogano sulla flessibilità del mercato italiano. Ecco, in effetti, anche a noi pare che questa volta i Nobel e gli economisti si siano un pochino entusiasmati per nulla. Ci scusino quindi, quei signori, se dal basso del nostro piccolo punto di osservazione ci permettiamo di dire che a noi tutto questo entusiasmo per il risultato spagnolo fa un po’ paura. No mica per i nostri amici, anche personali, che risiedono nella terra di Goya e Cervantes: per loro siamo solo felici che finalmente vedano un po’ di luce rispetto al buio in cui hanno navigato per tanto tempo. Il problema è che ci chiediamo cosa significhi flessibilità nel mercato italiano.

Oggi ci sono tantissimi tipi di contratto, da quello a ore a quello a tempo indeterminato; il part-time, che un tempo era solo a cruciverba (orizzontale e verticale), adesso sembra una scacchiera, da tanto che è adattabile alle esigenze di tutti e di chiunque. Il Jobs Act permette di aprire e chiudere rapporti di lavoro come se fossero caramelle (o quasi, per fortuna!).