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IDEE/ Il lavoro per migliorare la vita di migranti e italiani

Secondo MASSIMO FERLINI, occorre passare dall'accoglienza passiva dei migranti a forme pro attive, anche mediante progetti di inclusione sociale attraverso il lavoro

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Nei sistemi di welfare che ogni Paese ha costruito nel corso dei decenni del '900 si sono delineati due metodi. Da un lato sistemi tendenti a garantire a tutti dei servizi (salute, pensioni, lavoro) indipendentemente dal fatto che i singoli beneficiari contribuissero in modo differenziato. Dall'altro sistemi con erogazioni di servizi che riflettevano invece la diversa contribuzione data dai partecipanti. Ovviamente i livelli minimi di prestazione erano comunque assicurati dalla contribuzione collettiva, ossia dalla fiscalità generale. A grandi linee sono i sistemi europei continentali, nel primo caso, e quelli dei paesi anglosassoni nel secondo. I due modelli hanno fatto sì che in un caso prevalsero servizi passivi (erogazione di redditi, servizi generalisti, ecc.), mentre nell'altro si individuassero forme di partecipazione oltre a livelli richiesti a tutti i cittadini.

Nella particolarità dei servizi attivi per il lavoro la differenza fra i due modelli è ancora più marcata. Storicamente nei paesi "continentali" si è puntato ad assicurare un reddito minimo per chi perdeva il lavoro per periodi che permettessero di trovare una nuova occupazione. Nell'altro modello, alla corresponsione di un reddito di disoccupazione doveva corrispondere da parte del disoccupato una disponibilità (contrattualmente sancita) a partecipare ad attività finalizzate a cercare una nuova occupazione o in ogni caso partecipare ad attività di pubblico interesse. 

Nell'ambito di questo modello si sono sviluppati metodi di valutazione dell'efficacia e dell'efficienza dei percorsi individuati. Qualora la persona non partecipava alle attività previste subiva una penalizzazione nel contributo monetario fino alla decadenza dal diritto ai servizi. In modo altrettanto preciso anche gli erogatori dei servizi sono oggetto di valutazione. Il direttore del centro per l'impiego che dimostra di non riuscire a garantire standard minimi di reinserimento lavorativo può essere spostato di incarico o perdere l'incarico stesso, lo stesso centro per l'impiego può essere chiuso o spostato se in zona a forte deindustrializzazione e con poche possibilità di sviluppare i servizi in un dato territorio.

Da qui una separazione fra modelli di servizi al lavoro che vedevano prevalere le politiche passive e quelli dove politiche attive e sostegno alle persone per una loro pro attività verso i servizi offerti erano prevalenti. La separazione fra paesi non rispecchia più, per i servizi al lavoro, la divisione fra tradizione anglosassone e continentale. Anche i paesi del nord Europa sviluppano un sistema di politiche attive del lavoro molto articolato e con risultati di efficienza molto alti.

Con lo sviluppo dell'integrazione europea è questo modello che si afferma nell'agenda lavoro che accomuna i diversi paesi e che oggi guida le riforme del mercato del lavoro e dei suoi servizi anche in paesi come l'Italia, dove la tradizione vedeva solo un ricco strumentario di politiche passive. Oggi i sistemi di welfare finalizzati all'inclusione sociale attraverso il lavoro sono sfidati da nuove tematiche. La forte immigrazione extracomunitaria pone nuove domande di servizio con problematiche di consenso sociale.


COMMENTI
08/10/2016 - C'è chi lo fa già (Angelo Spadanuda)

A Petacciato (CB) in un Centro di Prima Accoglienza per richiedenti asilo è da più di un anno che con i migranti facciamo un percorso di inclusione socio-lavorativa, coinvolgendoli in attività di volontariato con il Comune. Adesso che il progetto sta per finire torniamo al punto di partenza