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Lavoro

ALMAVIVA/ Quel problema italiano che va oltre 2.500 esuberi

Almaviva annuncia 2.500 tagli occupazionali. Ma è tutto il settore, spiega SERGIO LUCIANO, a essere in difficoltà. E l’Italia priva di strumenti per affrontare i cambiamenti tecnologici

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Altro che gufate, queste sono batoste da tramortire un toro: i ben 2.511 tagli occupazionali netti tra Napoli (845 persone) e Roma (1.666) annunciati dal gruppo Almaviva, colosso italiano dei call center, sono un evento di enorme gravità oggettiva e, politicamente, un colpo basso al governo Renzi e al suo “storytelling” positivista. Anche perché non più tardi che nello scorso maggio la crisi in cui il gruppo versa era stata oggetto di un accordo al ministero del Lavoro che sembrava averne scongiurato le conseguenze. Non era vero.

“Le perdite nei due siti”, ha spiegato l’azienda, “nel periodo successivo all’accordo del 31 maggio (giugno-settembre 2016), nonostante l’utilizzo di ammortizzatori sociali, sono state pari a 1,2 milioni di euro su ricavi mensili pari a 2,3 milioni di euro”. “Il piano coinvolge il 5% del personale attualmente in forza al gruppo a livello globale”. Come se niente fosse. Ora, però, al netto della vertenza sindacale che si preannuncia durissima e dell’effetto negoziale che probabilmente il “patron” di Almaviva Alberto Tripi ha cercato sparando così alto e così pesantemente sul fronte occupazionale, e ancora al netto della maggiore o minore capacità e voglia di Almaviva di perseguire soluzioni più morbide, un allarme più generale viene sollevato da questa vicenda: che cioè siamo alla fine dell’epopea di quella “generazione mille euro”, la generazione dei giovani assunti nei call center come massima aspirazione lavorativa, che nel 2009 fu celebrata dal romanzo di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa e dal derivato film di Massimo Venier. 

Si descriveva un nuovo “proletariato digitale”, con pochi soldi e poche speranze, che però ancora un posto fisso, sia pur gramo, lo trovava. Oggi tutto sembra diverso, sembra star cambiando. Oggi l’intelligenza digitale, il web semantico e i nuovi, collegati sintetizzatori fono-acustici sembrano aver fatto fare irruzione ai robot in un campo fino a tre o quatto anni fa protetto per il lavoro fisico umano, quello appunto dei call center. Non è più così, oggi, in Italia, numerosi call center dal medio traffico sono già per una buona metà automatizzati e gestiti da apparati elettronici in grado di capire le domande elementari dei clienti e rispondere a esse, salvo rimandare i casi complessi a un operatore in carne e osserva che “risponderà appena possibile”, magari anche dopo mezz’ora, ma risponderà.

È un primo, e relativamente piccolo, banco di prova di quel che accadrà ben presto - come profetizzato dal World Economic Forum 2015 di Davos, e non dal Partito comunista cubano! - in tutti quei settori industriali e dei servizi che si presteranno appunto a essere in tutto o in parte surrogati dalla nuova “generazione zero euro”, quella di robot umanoidi con la buona abitudine di non costare nulla all’impresa, se non la poca corrente elettrica che basta loro per funzionare. 

È abbastanza stupefacente che su questo grave e preoccupante orizzonte sembri non esserci alcun pensiero progettuale, né politico, né economico, né solidaristico, da parte della classe dirigente occidentale in genere e italiana in specie. Né da parte dei sindacati, che ripetono stantii slogan di contrapposizione frontale, come se fosse colpa di Tripi se la tecnologia sta erodendo alle fondamenta il lavoro umano.