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Lavoro

SINDACATI E POLITICA/ La rivoluzione metalmeccanica nel solco del caso Fiat

Firmato il contratto dei metalmeccanico, che sancisce una pace sociale e una partecipazione destinate a diventare le fondamenta di Industry 4.0, spiega GIUSEPPE SABELLA

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Henri Bergson, grande filosofo francese e premio Nobel per la letteratura nel 1927, amava ripetere che “il presente non contiene altro che il passato; così, ciò che si scopre nell’effetto si trovava già nella causa”. Succede oggi che ci troviamo a parlare del rinnovo dei metalmeccanici, ma ai più sfuggono la portata innovativa dell’intesa e le profonde distanze che si vanno a ricomporre. È una storia che ha avuto inizio nel 2009, quando - in piena crisi economica - Confindustria, allora presieduta da Emma Marcegaglia, si dichiarava disponibile a ridiscutere di rinnovo dei contratti alla sola condizione che venissero riprese e ben definite le funzioni dei due livelli contrattuali e che si dessero certezze alle imprese circa la dinamica inflattiva, molto temuta perché si pensava che il prezzo del barile potesse schizzare alle stelle. Da qui l’accordo generale (2009) con il deciso rinvio alla contrattazione di secondo livello e l’introduzione dell’Ipca, che legava in modo forte il salario all’inflazione. L’intesa fu firmata da Confindustria e dalle sole Cisl e Uil, non dalla Cgil. Si trattava del primo accordo interconfederale separato.

Ciò che successe in seguito ha del clamoroso ed è la prova che gli eventi si possono prevedere fino a un certo punto. In ultima istanza, bisogna crederci e andare incontro al cambiamento. Innanzitutto: furono rinnovati in modo unitario tutti i contratti di settore, tranne proprio quello dei metalmeccanici. Nel 2010 la grande svolta, il caso Fiat: il contratto di Pomigliano - esteso poi a tutto il gruppo - accoglieva fino in fondo i dettami dell’accordo generale e, naturalmente, questo non entusiasmava la Cgil, soprattutto perché sappiamo tutti che Fiat non è un’azienda come un’altra. Maurizio Landini, da poco Segretario Generale, si trovava stretto tra l’incudine e il martello: la paura vera - come ha scritto poi nel suo libro “Forza Lavoro” (2013) - era che il contratto nazionale ne uscisse indebolito. Timore legittimo, un po’ forzata la battaglia per la violazione dei diritti universali del lavoro e illegittima - questo sì - la campagna mediatica contro Marchionne e chi con lui firmava accordi storici.

Risultato: un’industria rinata e più ricca tanto che lo stesso Landini è finito col fare abiura. Ma anche un sistema lacerato: Fiat si trova costretta a uscire da Federmeccanica-Confindustria, e non per un problema di deroghe non concesse - come molti commentatori anche illustri hanno detto - ma perché il contenzioso che la Fiom innescava sul piano giudiziario era molto insidioso dentro il sistema delle regole confindustriali; uscendone, il contratto Fiat si riferiva alle sole leggi dello Stato. E per la Corte Costituzionale era, ed è, pienamente legittimo. Ne sono seguite in particolare, oltre all’accordo del 2011, l’intesa del 2013 e il Testo Unico sulla Rappresentanza del 2014, in cui la Cgil recuperava il suo ritardo circa i principi del 2009 affermati fortemente dal caso Fiat.

Siamo ai nostri giorni, in cui - dopo l’inimmaginabile comportamento della dinamica inflattiva impazzita (nel 2014 arriva la deflazione) - i lavoratori dovrebbero restituire soldi alle imprese. Ma sul piano interconfederale, Giorgio Squinzi - Presidente di Confindustria fino a questa primavera - non riesce a trovare un accordo con Cgil, Cisl e Uil. Si decide così, soprattutto per volontà di Cgil e Uil, di lasciare spazio ai rinnovi di settore. Sarebbe a questo punto da approfondire qual è il ruolo oggi delle Confederazioni se in una situazione come questa non sono loro a trovare le soluzioni.