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DIMISSIONI ONLINE/ La fregatura per datori di lavoro e contribuenti

Nata con l’intento di eliminare le dimissioni in bianco, la legge e la nuova procedura per la risoluzione del rapporto di lavoro presenta dei problemi, spiega FEDERICO ASSOGNA

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Il legislatore è recentemente intervenuto con l’ennesima riforma in ambito del mercato di lavoro. Il decreto “sulle semplificazioni” (n. 151/2015) si occupa tra l’altro delle dimissioni del lavoratore, già oggetto di diversi interventi legislativi recenti (l’ultimo dei quali con la L. 92/2012). Il lodevole intento del legislatore, volto a eliminare il fenomeno delle cosiddette “dimissioni in bianco”, si è però tradotto in un sistema tutt’altro che agevole e che paradossalmente incrementa i costi a carico dell’impresa e della collettività.

Procedendo con ordine, il sistema prevede che il lavoratore subordinato intenzionato a rassegnare le dimissioni dal posto di lavoro debba formalizzarle, a pena di inefficacia, esclusivamente con modalità telematiche su appositi moduli resi disponibili dal ministero del Lavoro - compilati dal lavoratore previo rilascio di Pin - e trasmessi al datore di lavoro e alla Direzione territoriale del lavoro competente.

Il provvedimento legislativo consente che il lavoratore possa procedere alla trasmissione delle dimissioni per il tramite dei patronati, degli enti bilaterali, delle commissioni di certificazione, delle organizzazioni sindacali, dei consulenti e degli ispettorati del lavoro. Le dimissioni possono essere revocate dal lavoratore nel termine di 7 giorni con le medesime modalità. L’art. 26.5 del DTL n. 151/2015 dispone che l’alterazione dei moduli a opera del datore di lavoro - salvo che costituisca più grave reato  - è punita con sanzione amministrativa sino a  30.000 euro.

Il sistema immaginato dal legislatore però presenta numerose incongruenze già dalla sua lettura, che purtroppo appaiono confermate anche dalla sua applicazione pratica. Il provvedimento legislativo in parola, il cui dichiarato intento era invece quello di semplificare (anche se di tutto possiamo parlare tranne che di semplificazione), infatti, nulla dice nelle ipotesi, tutt’altro che infrequenti, in cui il lavoratore non adempia agli obblighi a egli imposti.

Il tema è rilevante poiché le dimissioni non formalizzate con il sistema illustrato - certamente non agevole neppure per i lavoratori più qualificati - non hanno alcun valore e ciò comporta per il datore di lavoro (che nel provvedimento legislativo è considerato inspiegabilmente solo nell’ipotesi di alterazione dei moduli da parte sua e per la sanzione amministrativa e salvo non sia ravvisabile un più grave reato) la formale continuazione del rapporto con tutte le conseguenze.

Il datore di lavoro, in tale situazione, si troverà perciò nella condizione di dover procedere al licenziamento del lavoratore inadempiente rispetto alle formalità delle dimissioni, preventivamente contestandogli il fatto seguendo quindi la procedura garantista dell’art. 7 dello Statuto dei lavoratori.

Non di rilevanza secondaria, almeno sotto il profilo dei costi a carico degli enti preposti, è che il lavoratore licenziato ha diritto a richiedere i trattamenti di disoccupazione (previsti per il lavoratore in stato di disoccupazione involontario) e in questo caso potrebbe quindi percepirli anche quale dimissionario. Per altro verso il lavoratore, poi, potrebbe almeno in astratto impugnare il licenziamento così comminato e rivolgersi al giudice per le tutele del caso (sia in punto di risarcimento che, temo, in punto di riassunzione posta l’inefficacia delle dimissioni non online con la descritta procedura).