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Lavoro

REFERENDUM JOBS ACT/ La battaglia nel Pd per "accaparrarsi" la Cgil

Il referendum sul Jobs Act sta diventando uno strumento di lotta politica anche all’interno del Partito democratico. GERARDO LARGHI ci spiega con quali nefaste conseguenze

Susanna Camusso (Lapresse)Susanna Camusso (Lapresse)

Jobs Act? Di nuovo? Ma sì certo: era un po’ che non se ne parlava, qualche settimana che non si assisteva ad accesi dibattiti televisivi tra intellettuali per spiegare come e qualmente esso sia l’origine di ogni male e di ogni disgrazia o viceversa come esso abbia salvato l’Italia. Oggi poi che “die grosse Koalition” ha vinto il referendum costituzionale, non è parso vero alle diverse anime che animano, è il caso di dirlo, la vita quotidiana del Pd riprendere a farsi del male e quindi ritornare su un argomento che agli italiani interessa il giusto.

Non che i lavoratori nostrani, intendiamoci bene, siano indifferenti alla conservazione del loro posto di lavoro, né che essi siano sordi di fronte alla prospettiva di potersi rivolgere al loro datore di lavoro senza doverci per forza rimettere il salario e l’occupazione. Ma il fatto è che i lavoratori italiani, in questi mesi, in questi anni, hanno avuto chiaro l’ordine d’importanza delle cose, e così hanno chiesto al Governo e alle forze politiche anzitutto di impegnarsi in favore del lavoro che non c’è perché nascono meno aziende di quante ne muoiano, e dei salari che non crescono perché i timidi aumenti non coprono le tasse locali che invece non sono timide per nulla. E siccome i suddetti lavoratori hanno avuto la percezione che il Governo Renzi, per quanto qualcosa abbia tentato in questa direzione, non sia però riuscito ad appagare le loro esigenze, ecco che alla prima occasione gli hanno presentato il conto della loro insoddisfazione.

Dunque torniamo al Pd e al Jobs Act. Questo strano partito, sempre conteso tra il passato prossimo e il trapassato remoto, sempre straziato da acuti dibattiti su temi interessantissimi per chiunque come “il mondo del domani e del post-domani”, “la società che verrà e la società che ha da venire”, ora prende a dilaniarsi su “Articolo 18 e Jobs Act”. Dev’essere che qualcuno ha ragionato più o meno così: siccome non siamo riusciti a creare sviluppo, almeno evitiamo per legge che il lavoro si perda.

Ma, appunto, non è il Jobs Act che fa perdere il lavoro quanto invece “bazzeccole e pinzillacchere” come avrebbe detto Totò il Grande, quali il costo del lavoro (in chiaro: le tasse che lo Stato impone sui salari alle aziende e ai lavoratori); il costo dell’energia (cioè le tasse che gravano su elettricità, combustibili, petrolio); il costo fuori controllo della sanità di troppe Regioni, a Statuto ordinario o speciale che siano; il costo di una burocrazia che vede se stessa soprattutto come lo stopper che deve impedire agli attaccanti avversari, in volgare imprese e società civile, di fare gol, cioè di produrre e svilupparsi; il costo di una rete informatica paragonabile a quella dei Paesi che vent’anni fa erano detti emergenti. Solo che loro nel frattempo sono emersi e hanno preso pure a navigare, mentre noi siamo qui a discutere se l’Italia deve uscire dal ventesimo secolo per entrare nel diciannovesimo o … nel ventunesimo secolo.

Se quindi il Jobs Act non è il problema economico, sociale, sindacale, più importante, perché il Pd segue, anzi insegue, i promotori del referendum indetto per abolirlo? Non certo per ragioni sindacali: la parola d’ordine dei “dem” negli anni delle divisioni tra Cisl, Cgil e Uil era il mantra dell’unità sindacale, che non doveva rompersi, che non poteva rompersi, che doveva essere cucita, incollata, attaccata, appiccicata in ogni modo e a ogni prezzo. Per la verità allora lo sforzo maggiore lo si chiedeva soprattutto alla Cisl, ma questo dev’essere il punto di vista del sottoscritto, che quel sindacato ce l’ha nel cuore. A ogni modo mai come oggi è così: i contratti si sono rinnovati unitariamente, gli accordi su temi delicati come quelli della rappresentanza, della rappresentatività, si sono sottoscritti all’unanimità; le polemiche tra le maggiori confederazioni stanno a zero o giù di lì. E allora? Non è che il Pd sia, in fondo in fondo, un po’ nostalgico delle spaccature, delle oceaniche manifestazioni “contro” le altre sigle, dei contratti rinnovati a maggioranza, delle dure tensioni in azienda?