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Lavoro

JOBS ACT/ Così si può completare la riforma (ed evitare i passi indietro della Cgil)

Giuliano Poletti (Lapresse)Giuliano Poletti (Lapresse)

Il Jobs Act ha sofferto sicuramente di una narrazione che ha teso a volerlo misurare sugli effetti occupazionali. Il ritardo nella partenza dei nuovi servizi previsti ha accentuato questa distorsione. Nel nuovo anno non c'è bisogno di rimettere mano a strumenti legislativi se non per correggere o rivedere alcuni di essi che sono risultati distorti. Come dovrebbe essere normalmente, il governo ha l'obbligo di concentrarsi sull'applicazione delle politiche previste dagli atti legislativi approvati dal parlamento e garantire l'universalità dei benefici previsti.

Ciò richiede anche un impegno a definire una nuova governance che presieda alle politiche. I corpi intermedi rappresentanti degli interessi di imprese e lavoratori dovrebbero essere impegnati non in sedi di concertazione o contrattazione legislativa, ma a condividere la gestione dei servizi nella selezione delle priorità (giovani e donne oppure anziani e giovanissimi o solo al sud e così via) e a valutare gli strumenti più appropriati da usare. Alla politica economica toccherà poi creare le condizioni per un percorso di crescita e sviluppo che assicuri l'aumento occupazionale complessivo.

L'avvio del nuovo anno non si presenta però così lineare come vorremmo. Sui temi del lavoro pesa la scadenza del referendum promosso dalla Cgil che, qualora giudicato ammissibile, prevede l'abolizione di tre norme importanti della riforma. I quesiti del referendum, se approvati, cancellando quanto previsto sull'art. 18 non solo lo reintroducono, ma ne estendono gli effetti anche alle imprese sotto i 15 dipendenti. Con il secondo quesito puntano ad abolire i voucher per il lavoro accessorio e infine ristabiliscono vecchie regole di tutela dei dipendenti in caso di sostituzione dell'impresa in situazioni di appalto pubblico.

Senza entrare adesso nel merito dei singoli punti è chiaro che dietro i quesiti del referendum vi è una concezione del lavoro diversa dalla cultura espressa nel Jobs Act. La trasformazione del sistema economico e gli effetti della digitalizzazione hanno trasformato il lavoro nell'industria e nei servizi. Una nuova flessibilità e nuove professionalità sono la base della nuova organizzazione del lavoro. Ciò non deve diventare nuova precarietà. La difesa del capitale umano e gli investimenti in formazione sono la base per tutelare i lavoratori. Ma servono anche nuove norme per migliorare le tutele di lavoratori impegnati a condividere le trasformazioni in atto.

Le garanzie del periodo caratterizzato da un lavoro per tutta la vita non funzionano più per tutelare lavoratori che cambieranno occupazione e professionalità più volte nell'arco della loro vita lavorativa. Questa sfida riguarda tutti e sarà ancora più evidente nell'anno in cui dovranno avviarsi i servizi al lavoro. Se dovesse prevalere la concezione della difesa del posto fisso torneremmo al periodo degli uffici di collocamento. La via della difesa del lavoro passa ora attraverso la sfida di nuove tutele e servizi che si facciano carico dei cambiamenti in corso.

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