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Lavoro

JOBS ACT/ Così si può completare la riforma (ed evitare i passi indietro della Cgil)

Nel 2016 si è dedicata molta attenzione ai dati giunti dal mercato del lavoro. Per MASSIMO FERLINI la priorità del nuovo anno deve essere la rete dei servizi al lavoro

Giuliano Poletti (Lapresse)Giuliano Poletti (Lapresse)

Il 2016 del mercato del lavoro è stato caratterizzato dall'applicazione del Jobs Act. La rassegna stampa dell'anno passato è scandita dai commenti agli andamenti mensili e trimestrali dei dati forniti da Inps e Istat. Commenti spesso tesi a ricercare nei dati un sostegno a tesi politiche preconfezionate. Se il segno per l'occupazione era il più allora andava tutto bene per una parte e altri cercavano nella crescita di disoccupati o inattivi le ragioni delle loro apposizione. Se il segno era negativo, si invertivano le parti.

A fine anno i risultati ci dicono quanto da tempo l'economia sta indicando in tutto l'Occidente: la ripresa economica è debole, le riforme del mercato del lavoro hanno aiutato a contenere la disoccupazione, ma per tornare ai livelli occupazionali pre-crisi occorrono politiche economiche più espansive. Anche per l'Italia questo è il panorama illustrato dai dati dell'ultimo trimestre 2016. In più noi scontiamo specifici problemi strutturali. Giovani, donne e mezzogiorno hanno tassi di occupazione troppo bassi e richiedono politiche di tutela specifiche per sostenerne l'occupazione. Per questo il tema che dovrebbe essere visto come prioritario per il 2017 è l'avvio definitivo della gamba principale introdotta dal Jobs Act: la rete dei servizi al lavoro.

Con questa parte della riforma del mercato del lavoro si è costruita anche in Italia una rete di servizi pubblici e privati finalizzata a prendere in carico chi è in cerca di lavoro. I nuovi servizi, utilizzando sia gli strumenti passivi del sostegno al reddito, sia quelli delle politiche attive, sono valutati sulla capacità di reinserimento lavorativo e fanno leva anche sulla proattività della persona che si impegna a ricercare attivamente nuove opportunità di lavoro.

Nell'anno passato si è perso troppo tempo per organizzare il nuovo sistema nazionale. Il blocco venuto dal No al riforma costituzionale impone di ricercare un metodo di condivisione con le Regioni. Ciò non può però diventare un nuovo alibi per far sì che la burocrazia ministeriale rinvii l'avvio del sistema, il quale deve assicurare in tutto il Paese un livello comune di servizi al lavoro. È in questo nuovo ambito di rete di servizi che i target più svantaggiati possono trovare lo spazio per politiche mirate a sostenerne percorsi privilegiati per l'occupazione.

Prioritario è lo sviluppo della sperimentazione del sistema duale per l'inserimento dei giovani al lavoro. La rete di formatori e servizi al lavoro può contare per questo sui nuovi contratti di apprendistato. Normalmente si pensa all'apprendistato per l'inserimento al lavoro di giovanissimi. I tre livelli permettono invece di attivare percorsi formativi declinati fra scuola e lavoro per giovani fra i 15 e i 29 anni. Assicurano l'acquisizione di professionalità e la certificazione di livelli scolastici, fino alla laurea triennale. Dove tale sperimentazione è stata fatta si sono ottenuti effetti occupazionali significativi: oltre il 50% dei percorsi si è concluso con l'assunzione, con punte fino all'80% dei frequentanti. Si è così risposto anche alle esigenze di percorsi formativi ad hoc per figure professionali non previste dai percorsi scolastici tradizionali. 

Anche il sostegno all'occupazione femminile e ai disoccupati di lunga durata richiede misure ad hoc. Non si tratta di varare nuovi interventi legislativi, ma soprattutto di avviare politiche, utilizzando gli strumenti creati dalla riforma.