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DA ALITALIA A MPS/ Le carte di Gentiloni per evitare il "rischio lavoro" nel 2017

Con i casi Montepaschi di Siena, Alitalia, Ilva, Almaviva, senza dimenticare Alcoa e altri, ci sono molti posti di lavoro a rischio nel 2017. Il commento di GERARDO LARGHI

Paolo Gentiloni (LaPresse) Paolo Gentiloni (LaPresse)

Quale 2017 ci aspetta sul fronte del lavoro? Apparentemente, come sempre, un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce e quindi in questo scorcio di 2016 in molti analisti prevale la preoccupazione per quanto potrebbe accadere alle Acciaierie di Piombino, o ad Alitalia, o all'Ilva, o per le conseguenze del caso Almaviva. Sono tutte importanti aziende in crisi tanto profonde da mettere a rischio migliaia di posti di lavoro. Sono crisi croniche, che hanno lentamente tramutato problemi aziendali in gravi problemi sociali, ma che rischiano di non restare i soli.

Senza pessimismo, ma con qualche punta di realismo proviamo dunque a riflettere sui "grandi pericoli" che potrebbero correre alcune imprese italiane, più esposte di altre ai venti della globalizzazione, della crisi finanziaria, dell'incapacità manageriale, dei costi di produzione e così via.

Il primo nome che viene alla mente è proprio quello di Alitalia: dopo le grandi compagnie aeree europee, dopo i "capitani coraggiosi" nostrani, ci avevano provato anche gli arabi di Etihad, forti di una sconfinata potenza finanziaria e di immense liquidità da investire. Ma neppure loro sono riusciti a rilanciare questo storico marchio, che una volta era la compagnia di bandiera italiana. Sono ormai almeno 25 anni che sta attraversando un lento declino, un malinconico tramonto, come fosse una pacifica, lenta, fuori dal tempo e dalla realtà, balena che viene divorata da torme di squali, agili, affamati, pronti a sfruttare la prima delle leggi di natura, quella secondo cui il predatore sta in cima alla scala alimentare e la preda gli sta sotto. 

Se neppure il 2017 vedrà questa compagnia aerea raggiungere i propri obiettivi di pareggio del bilancio, c'è una notizia che spiega meglio di ogni altro commento il punto in cui siamo arrivati: poco prima di Natale le banche-azioniste, Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno concesso un finanziamento di 120 milioni. Finanziamento a breve termine, come si dice in questi casi, e finalizzato all'avvio entro 60 giorni di un negoziato con i principali creditori e fornitori ma anche con i sindacati, per un radicale taglio dei costi. Solo così, infatti, i soci della compagnia hanno garantito che rimetteranno mano al portafoglio per finanziare l'ennesimo piano di rilancio di Alitalia. Tradotto dal cronachese, nei prossimi 60 giorni sul tavolo ci sarà da discutere di 1.500 possibili esuberi. Ma anche di taglio di salari.

Altro caso di rilevanza nazionale, se non altro per l'importanza numerica dei lavoratori coinvolti, è quello della Alcoa: dopo il passo indietro di Glencore, sindacati e Governo hanno ribadito l'impegno a intervenire, e come primo step sono stati confermati gli ammortizzatori sociali per i lavoratori di Portovesme, grazie all'inserimento del Sulcis tra le aree di crisi complessa. Nel contempo pare che alcune società svizzere abbiano manifestato interesse per il sito industriale: i prossimi mesi ci diranno se questo interesse era reale o solo tattico.

Dalla Sardegna alla Puglia: neanche a dirlo si parla di Ilva, e in una regione che sta attraversando un momento di forte crisi produttiva, come dimostra l'andamento della Cassa integrazione. Qui siamo, forse, ai titoli di coda, perché entro poche settimane si dovrebbe arrivare, ma il condizionale è d'obbligo, alla vendita dell'Ilva a una delle due cordate che si sono fatte avanti, quella di Arvedi-Jindal e quella di ArcelorMittal-Marcegaglia. Entrambe dovranno presentare i propri i piani industriali e le relative offerte economiche, ma anche, e questo è il delicatissimo punto, i piani di risanamento ambientale che dovranno rispettare i parametri suggeriti dagli esperti del Governo. Tutto potrebbe procedere per il meglio, ma la situazione è tanto fragile che i sindacati si sono già mossi chiedendo un tavolo di confronto.