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Lavoro

CONSIGLI NON RICHIESTI/ La "lista" per sbloccare Pil e lavoro

I dati sul Pil mostrano che ancora non c’è la necessaria svolta o spinta per una ripresa capace di creare lavoro in Italia. Occorre uno sforzo in più, spiega GERARDO LARGHI

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Il Pil 2015 non è andato malissimo, ma quello dell’ultimo trimestre dell’anno scorso, secondo i dati appena pubblicati, pare fare da indicatore di sventure, come se fossimo al termine di un mini-ciclo di sviluppo. Eppure, una crisi economica che si rispetti dovrebbe avere una fine come ha avuto un inizio: lo dicono tutti i sacri testi dell’economia, quelli che non indovinano mai, neanche per sbaglio, il futuro, ma sanno ogni cosa del passato e spiegano benissimo quel che è sotto gli occhi di tutti. La fase che invece stiamo vivendo sembra dunque venir meno proprio a questo criterio: ne abbiamo visto un inizio ufficiale; tante, troppe?, “quasi fini”; ma ancora nessuna fine ufficiale.

Eppure il Job Act ha rilanciato le assunzioni, gli 80 euro hanno messo in tasca, per qualche mese, agli italiani un po’ di soldi, qualche contratto nazionale di lavoro è stato rinnovato, e quindi qualche salario si è appesantito. Non ultimo quello degli alimentaristi. Tutto questo nell’economia reale, quella di tutti i giorni. Quella in cui ci tocca fare la spesa guardando con attenzione al rapporto tra peso e valore, al costo per chilo di ogni prodotto, agli sconti.

Cosa sta succedendo allora? Perché il clima che si respira tra gli imprenditori e i sindacalisti non è di soddisfazione, ma anzi si sente nell’aria il soffio pesante della crisi? Da dove viene questo pessimismo? I punti sono diversi, e come è sempre, nella più classica delle commedie all’italiana, è Totò ad avere ragione: è la somma che fa il totale!

In questo caso è la somma di problemi che ancora restano da sciogliere e che il Governo non ha ancora risolto, e in qualche caso neppure affrontato. Innanzitutto sul piatto della bilancia pesano le questioni finanziarie: le crisi bancarie, qualcuna sottovalutata, qualcun’altra che ha l’aria di essere stata un po’ troppo teleguidata, hanno coinvolto istituti importanti, ma che non sono di primaria importanza per lo Stato. Eppure quei fallimenti (tecnicamente non è ancora così, ma insomma…), hanno cominciato a introdurre un tarlo nel mantra “siamo usciti dalla crisi” che da più parti si ripeteva, e hanno ridato fiato alle grida di chi a prescindere pensa che “non c’è fine alla crisi”.

A ciò si aggiunga che ancora stiamo aspettando un piano energetico degno di questo nome, un insieme di investimenti pubblici che sorregga la debole ripresa che a oggi poggia solo sui privati, un modello di sviluppo che guardi alle immense risorse presenti nella società e che liberi il mercato da troppe pastoie. Certo qualche intervento è stato fatto, il Governo ha messo in cantiere alcune riforme che dovrebbero dare il via a nuove stagioni, ma l’arretratezza del nostro sistema era (è) tale che tutto ciò ancora non basta.

Non che non sia servito, anzi molto (forse non tutto, ma certo il più) andava fatto: ma non basta. Il deficit strutturale non dipende da uno sguardo politico sulla realtà, ma dalla lentezza con cui abbiamo buttato via vent’anni: dobbiamo però convincerci che il nostro deficit è strutturale ma non insopportabile, perché un deficit è tale solo quando la ricchezza complessiva di un Paese non lo regge, e non quando giornali e commentatori che speculano su di esso sono interessati a gonfiarne peso specifico e misura. E pazienza se la Germania, che giustamente fa anzitutto il suo interesse mica quello del mondo, non vuol sentirne parlare.