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IDEE/ Le "prolunghe" che servono al Jobs Act

Giuliano Poletti (Infophoto) Giuliano Poletti (Infophoto)

La riforma del mercato del lavoro aveva almeno tre obiettivi dichiarati. Mettere fine al dualismo fra tutelati e non che caratterizzava il mercato del lavoro italiano. Favorire assunzioni con contratti stabili (il tempo indeterminato come contratto base). Dare vita a un sistema di servizi al lavoro e ammortizzatori che fossero finalizzati al reinserimento lavorativo.

Da questo punto di vista i risultati ottenuti dicono che la nuova legislazione sta funzionando. Anche scontando il fatto che le detrazioni fiscali hanno favorito gli effetti legislativi, ciò ha permesso di accelerare il processo voluto di spostare da contratti precari a contratti di qualità e tutele maggiori un numero significativo di lavoratori già occupati. Il saldo è positivo anche per i nuovi assunti, in quanto fruiscono di assunzioni con contratti a tutele piene, anche se prevalgono ancora i tempi determinati sui tempi indeterminati. Restano da avviare i nuovi servizi al lavoro e vi è qui un ritardo che indica come corporativismi e chiusure della burocrazia statale e parastatale rischiano di affossare una gamba portante del Jobs Act.

Sostenere la crescita del tasso di occupazione richiede quindi un impegno rinnovato sui due fronti. Una politica economica che rilanci la crescita per avere un stabile aumento degli occupati. Politiche giovanile e femminili per correggere storture strutturali del nostro mercato del lavoro.

Ma tutto ciò trova nel Jobs Act un punto fermo di partenza che può sostenere i nuovi interventi. A meno che ci sia ancora chi è rimasto orfano del muro creato nel tempo dall'articolo 18 e preferisca tornare alla contrapposizioni ideologiche invece di rimboccarsi le maniche per lavorare a concrete politiche riformiste.

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