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Lavoro

IDEE/ Le "prolunghe" che servono al Jobs Act

In Italia il mercato del lavoro ha registrato qualche dato positivo. Per MASSIMO FERLINI il Jobs Act è una buona base per avviare altri interventi ancora necessari al Paese

Giuliano Poletti (Infophoto)Giuliano Poletti (Infophoto)

La disponibilità dei dati sugli occupati relativi a tutto il 2015 ha dato vita a un dibattito alquanto diffuso per arrivare a dare una valutazione degli effetti delle riforme che hanno interessato il mercato del lavoro. In particolare, l'attenzione ha riguardato gli effetti delle misure previste nel Jobs Act e quanto di positivo hanno generato se è stato endogeno o se effetto delle misure fiscali di sostegno che l'hanno accompagnato. Alla discussione hanno dato contributi sia sedi scientifiche che politiche, talvolta creando una discreta cacofonia che non aiuta a mettere a fuoco la situazione reale.

L'occupazione nel corso dell'ultimo anno è cresciuta, la disoccupazione è scesa. La situazione della disoccupazione giovanile e femminile non è migliorata. Il tasso di occupazione complessivo è cresciuto. Concordano con queste affermazioni sia i dati statistici (Istat), sia quelli amministrativi (comunicazioni obbligatorie). Parliamo di movimenti che restano intorno all'1%, ma indubbiamente con segni che, dopo anni, invertono la tendenza. Sull'effetto positivo che riguarda anche la disoccupazione incide altresì un aumento di quanti si sono però scoraggiati e non cercano lavoro.

All'interno di questi macro-effetti vi è stato uno spostamento di occupati nell'ambito delle diverse categorie contrattuali. In particolare, i contratti a tempo indeterminato sono aumentati sia sullo stock complessivo degli occupati, sia come contratto di assunzione (più utilizzati insieme a quelli a tempo determinato). Un calo secco hanno registrato tutte le forme di contratto parasubordinato (cococo, cocopro e anche le partite Iva).

A sostenere questa migrazione contrattuale hanno certamente contributo i vantaggi fiscali a favore del tempo indeterminato che erano già in atto prima dell'introduzione del contratto a tutele crescenti e che hanno quindi proseguito la loro efficacia dopo l'introduzione delle nuove opportunità contrattuali.

Se il sunto dei mutamenti registrati nel corso dell'ultimo anno è corretto cerchiamo di attribuire tali risultati alle manovre che li hanno sostenuti senza incrociare effetti con cause che hanno altre ragioni. I risultati occupazionali non sono mai determinati dalla legislazione del lavoro. La domanda di lavoro è formata dalla domanda di beni e servizi, pubblici e privati, e questa ha avuto un andamento che spiega perché le variabili occupazionali si sono mosse con segno positivo ma sempre con numeri molto bassi. Se l'economia non cresce, il lavoro resta quello che è. La nostra economia ha invertito dopo anni il segno, è tornata a crescere, meglio il più "uno" dello scorso anno che il meno due di prima. Ma più "uno" lascia la domanda di lavoro quasi immobile e non libera risorse per poter attuare le politiche necessarie ad assorbire la disoccupazione giovanile e l'inoccupazione femminile.

La legislazione permette però al mercato del lavoro di funzionare meglio e quindi di adeguarsi più celermente alle sollecitazioni di crescita che ci auguriamo siano confermate nei prossimi anni. Dobbiamo quindi augurarci che il governo metta in atto una misura economica che abbia la stessa portata di innovazione del Jobs Act e non invece usare le difficoltà economiche per chiedere al Jobs Act effetti che non può assicurare.