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CONFINDUSTRIA/ La sfida di Marchionne al prossimo Presidente

Comincia la corsa per la presidenza di Confindustria e si torna a parlare della “rivoluzione Marchionne” che ha portato Fiat fuori dall’associazione. Il commento di GIUSEPPE SABELLA

Sergio Marchionne (Infophoto) Sergio Marchionne (Infophoto)

Venerdì scorso a Torino, presso l’Unione degli Industriali, i candidati alla Presidenza di Confindustria - Marco Bonometti, Vincenzo Boccia, Aurelio Regina e Alberto Vacchi - hanno espresso le loro intenzioni in vista del prossimo mandato presidenziale. Presente anche Sergio Marchionne, nonostante Fca non faccia più parte dell’associazione degli industriali. La candidatura di Aurelio Regina - già presidente di Unindustria e Confindustria Lazio e attuale presidente e azionista di Manifatture sigaro toscano - trovava ufficialità proprio in quelle ore. Non è una sorpresa, già si era parlato di questa possibilità a ottobre 2015; e la sua designazione va ora vista come molto autorevole.

Nel suo intervento, Regina ha detto che “il primo passo sarà il cambiamento dei modelli contrattuali: serve un rilancio, la piattaforma di Federmeccanica è la base su cui lavorare” e “penso che la rivoluzione Marchionne fosse possibile anche stando nell’associazione”. La prima delle due affermazioni è naturalmente obbligata, anche se non è scontato che Regina parli del modello Federmeccanica. È tuttavia chiaro che quanto sta avvenendo nel settore della metalmeccanica, considerata l’importanza del settore, va guardato con attenzione, visto che non si è lontani dal rinnovo del contratto e che, dopo molti anni, questo sarà unitario: lo firmeranno, ovvero, anche Landini (alla sua prima sigla di un Ccnl) e la Fiom.

Per quanto riguarda la seconda affermazione, consideriamo che Regina, in un’intervista a Il Foglio, ha aggiunto che “oggi abbiamo federazioni che presentano delle piattaforme contrattuali più innovative di quelle Fiat e singoli accordi integrativi più avanzati. Con molto rispetto per le scelte altrui, molte volte non serve uscire per ottenere dei risultati al passo con i tempi. Dico che se si ha una visione più ampia - Marchionne ha indubbiamente mostrato di averne dando un contributo culturale al dibattito, cosa che tra l’altro deve essere un dovere morale di ogni grande impresa che lavora nel nostro Paese - si ha pure la responsabilità di tirare dentro tutti”.

Al di là del fatto che questo dovere morale a cui Regina allude è cosa non scontata, resta il fatto che il problema che il candidato alla Presidenza rievoca è enorme. Facendo un passo indietro, nel 2011 Marchionne porta l’allora Fiat fuori da Confindustria (dal 1° gennaio 2012) non per un problema di innovazioni contrattuali e di deroghe non concesse da Federmeccanica, come in molti hanno più volte ripetuto, ma per un problema di rappresentanza: il manager italo-canadese teme infatti, nel pieno della battaglia con la Fiom, che la giurisdizione confindustriale - ossia gli accordi che Confindustria firma con Cgil, Cisl e Uil - possa minare l’esigibilità dell’accordo di Pomigliano e, per questo, non iscrive la newco all’Unione Industriali di Napoli. Fiat chiede così a Confindustria di dare disdetta a Cgil, Cisl e Uil in particolare dell’accordo del ‘93 sulle Rsu, ma naturalmente Confindustria non accetta di far saltare regole valide per un sistema per salvare un’azienda. Così Fiat, che ritiene di poter escludere la Fiom dalla gestione dell’accordo di Pomigliano in ragione dell’art. 19 dello Statuto dei lavoratori - cosa poi definita dalla sentenza della Consulta del 2013 come “comportamento antisindacale” - esce dall’Associazione ed estende il contratto alle aziende di tutto il gruppo Fiat (oltre 80.000 dipendenti).