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I NUMERI/ Lo “scienziato dei dati” che può aiutare il lavoro (anche in Italia)

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Se questo è il contesto d’oltreoceano, qual è quello italiano? In termini assai generali, si può qui riportare che dopo anni di crisi, il mercato digitale italiano (informatica, telecomunicazioni e contenuti digitali), nel corso del 2015, ha finalmente ripreso a crescere. Facendo uso dei dati dell’Associazione italiana per l’Information Technology (Assinform), nel corso di un anno, questi è passato, difatti, dal -1,4% del 2014 al +1,5% del primo semestre 2015 e a una previsione annua 2015 rivista al rialzo dall’1,1% all’1,3%, per un valore di 65.100 milioni. Le componenti più innovative, legate alla digital economy, fanno ora crescere l’intero mercato, mentre sino allo scorso anno si limitavano ad attenuarne la caduta. Ciò nondimeno, «resta il fatto che il nuovo trend è ancora fragile e che siamo ancora distanti dalla velocità di trasformazione digitale che occorrerebbe per recuperare il gap che ancora ci separa dagli altri paesi guida, e che condiziona la nostra capacità di competere e creare nuova occupazione», così si può pur leggere nel Rapporto 2015, a mo’ di commento sintetico.

Tale affermazione può compendiare, assai bene, anche la situazione del “Data scientist”, nel contesto nazionale. Non potendo disporre, però, di dati sulle retribuzioni, come visto in precedenza, per inferire qualche informazione sulla loro diffusione si farà ricorso alla presenza dei profili sulla piattaforma professionale LinkedIn e sulla stima dei posti vacanti reperibili in rete. Ebbene, facendo una ricerca riguardo a “Data scientist” sul sito statunitense di Indeed, al 18 febbraio 2016, si ottengono come risultato 22.178 posti vacanti mentre quelle ricavabili sul sito italiano sono 46 offerte di lavoro comprensive anche di stages e tirocini. Già solo questi dati sono significativi della distanza tra i due mercati occupazionali, almeno per quanto riguarda tale occupazione. 

Si può verificare se la stessa situazione si registra andando a visionare i profili professionali pubblicati su LinkedIn. Sempre al 18 febbraio 2016, sul network professionale, erano presenti 30.235 “Data scientist”, ovvero il numero degli account che contengono, nella posizione lavorativa attuale, questo job title e non nel riepilogo (in questo caso i risultati sarebbero stati più numerosi). Riguardo ai vari paesi gli Stati Uniti, come si può facilmente immaginare, fanno la parte del leone con 15.075 profili, di cui 4.064 a San Francisco Bay Area e 1.936 a New York City, seguiti dal Regno Unito (2.102) e dall’India (2.009). A livello continentale, la Francia è presente con 1.512 account seguita dalla Germania (913), dalla Spagna (638) e dall’Italia, con 362 profili. 

In conclusione, da questa breve disamina, relativa a una professione emergente, il “Data scientist”, connotata da uno skill-set inedito e innovativo, si è visto come, nel contesto nazionale, la diffusione di tale figura sia ancora in una fase embrionale, a differenza degli Stati Uniti. Se la situazione non dovesse cambiare, in un prossimo futuro, si tratterebbe dell’ennesima occasione persa dal Paese nel cercare di avere, a disposizione del sistema produttivo italiano, una forza lavoro assai qualificata, in grado di far fronte alle tematiche più innovative (Industria 4.0, IoT, Big dataMachine learning e Data science), correndo così il rischio di perdere ulteriori possibilità di sviluppo, non solo occupazionali, in un segmento del mercato del lavoro oramai di dimensioni globali e altamente competitivo.

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