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I NUMERI/ Lo “scienziato dei dati” che può aiutare il lavoro (anche in Italia)

A livello internazionale sta diventando sempre più importante la professione dello scienziato dei dati. L’Italia risulta però essere indietro su questo fronte. I numeri di ACHILLE PALIOTTA

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Nell’ottobre 2012 la rivista, nota a livello internazionale, “The Harvard Business Review” dedicava un articolo, che si sarebbe rivelato essere seminale, a firma di Thomas H. Davenport e D.J. Patil, a una nuova professione, lo “scienziato dei dati” (“Data scientist”), il quale veniva così sommariamente descritto: «it’s a high-ranking professional with the training and curiosity to make discoveries in the world of big data». La coniazione del termine “Data scientist” veniva retrodatata al 2008 e accreditata a Jeff Hammerbacher (“Founder and Chief Scientist” di Cloudera Inc.) e a D.J. Patil (coautore dell’articolo, “U.S. Chief Data Scientist” alla Casa Bianca, Office of Science and Technology Policy), i quali si fecero promotori, al tempo, della costituzione e formalizzazione, di fatto, dei primi gruppi di lavoro di Data science a Facebook Inc. e LinkedIn Inc., rispettivamente.

Il titolo dell’articolo rimandava direttamente a una citazione di Hal Varian (“Chief Economist” di Google Inc.), il quale aveva definito lo “scienziato dei dati” la professione più sexy del XXI secolo («the sexiest job of the 21st century»). Tale etichetta rimaneva, in seguito, strettamente “attaccata” alla professione, sia nell’immaginario collettivo, sia nella pubblicistica degli addetti ai lavori.

In questo brevissimo lasso di tempo, la Data science è divenuta, dunque, un campo emergente, soprattutto negli Stati Uniti, dove essa ha fatto registrare una crescita rapidissima nel corso degli ultimi anni, nonché un’iperbole comunicativa (alla stregua di un vero e proprio hype). Come conseguenza diretta di questo successo si è iniziato a parlare, assai presto, della mancanza di tali figure professionali e dell’investimento in attività formative, al fine di poter far fronte alle pressanti richieste di reclutamento, da parte delle imprese. 

Diverse ricerche quali quelle della McKinsey & Company Inc., della Gartner Inc, della Booz Allen Hamilton Inc, tra altre, hanno messo l’accento, difatti, su una rilevante carenza di manodopera (skill shortage) nei prossimi anni, non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia, dove la tematica solo ora sembra aver raggiunto la grande stampa di opinione. Tale carenza di competenze e abilità generali sembra riguardare, però, non solo la singola professione del “Data Scientist”, ma anche di altre figure professionali, ad esempio, quelle legate genericamente al management, le quali, sempre più, avranno bisogno di essere ri-qualificate per avere una comprensione generale dei risultati derivanti dalle analisi condotte con una elevata mole di dati (Big data). Di tale carenza si iniziano già a vedere alcuni indizi significativi, sia nel campo della ricerca di personale qualificato on-line che della formazione, sia quella tradizionale universitaria che quella innovativa basata sulle piattaforme Massive open on-line courses (MOOC’s). 

L’aver acquisito un titolo formativo, difatti, nel più breve tempo possibile, in questo campo, potrebbe essere decisivo per un più veloce inserimento lavorativo, e ciò sta dando luogo a una corsa all’acquisizione di una credenziale educativa, da spendere in un mercato del lavoro sempre più globale. Sono iniziati, dunque, a nascere nuovi professionisti che qualificano essi stessi come “scienziati dei dati” e di ciò se ne può vedere un piccolo campionario sul network professionale LinkedIn. Un ulteriore indizio è, infine, dato dalla considerazione che tale professione figura tra quelle più ricercate e pagate, almeno negli Stati Uniti e che essa ha, di fatto, soppiantato altre che avevano, sin qui, goduto di ampia popolarità quali i “Software engineers”.

Lo sviluppo di tale figura professionale, negli Stati Uniti e nei paesi economicamente più sviluppati, è dunque oramai indubitabile. Uno studio, spesso citato, della McKinsey prevede che entro il 2018, gli Stati Uniti potrebbero affrontare una carenza da 140.000 a 190.000 persone con “deep analytic skills” nonché di 1,5 milioni di “manager” e “analisti” con il know-how di base per utilizzare al meglio l’analisi derivante dai Big data