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IDEE/ La sfida per "difendere" il lavoro dell'uomo

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D’altra parte c’è un filone di pensiero di economisti e sociologi piuttosto influente che, in estrema sintesi, afferma “dov’è il problema? La quarta rivoluzione industriale porterà una tale ricchezza alle economie avanzate che se, anche molti saranno senza lavoro, potranno essere mantenuti in futuro da sussidi di disoccupazione, redditi di cittadinanza e quant’altro in modo che i disoccupati possano comunque sopravvivere”… e, aggiungiamo noi, spendere. Dopo la riduzione dell’uomo a homo oeconomicus assisteremo dunque, teorizzata e accettata da questi pensatori, alla sua riduzione a homo consumer. Produrranno (quasi) tutto alcune macchine adeguatamente programmate. Siamo oggi condannati a passare dall’alienazione del lavoro, denunciata nel ‘900, all’alienazione dal lavoro, spettro dell’inizio del XXI secolo? È un futuro ineluttabile quello che ci vogliono far credere molti guru delle proiezioni economiche e sociali? Un futuro in cui non abbiamo libertà di scelta nell’orientare l’uso dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico, in cui siamo destinati a essere insieme ingranaggi e artefici di un meccanismo di “magnifiche sorti e progressive” che inesorabilmente distrugge i nostri stessi posti di lavoro?

Eppure tutta la nostra esperienza umana e lavorativa dice che l’uomo ha bisogno di lavorare e di costruire non solo per una necessità economica, ma per il desiderio innato di realizzarsi riconoscendo in azione le proprie capacità e, in definitiva, la propria natura di utilità per sé e per il mondo. Tale esigenza risulta particolarmente evidente quando il lavoro lo si perde: lo vediamo, per esempio, nell’esperienza dell’Associazione non profit Retemanager, che compie proprio in questo periodo dieci anni di vita, che ha lo scopo di accompagnare a uno a uno, in modo gratuito e volontario, i manager disoccupati alla ricerca di nuove opportunità lavorative. Ciò che fa la differenza per il buon esito della ricerca è in primis il ridestarsi della persona che diventa disponibile a cambiare l’idea di sé e del suo lavoro.

È evidente che la reazione allo scenario sopra descritto non può essere difensiva, reclamando lo scudo di leggi protezionistiche, né tantomeno neo-luddistica, ma si gioca innanzitutto come sfida educativa (parola strana da applicare al mondo del lavoro), perché l’azienda è di fatto, volente o nolente, un ambito educativo dove si formano convinzioni e comportamenti. Il grande Ceo Jack Welch, per 20 anni a capo del gruppo General Electric, affermava che in un’azienda non sono tanto i “Values”, scritti accanto alla mission e alla vision aziendale, ma i “Beliefs”, i convincimenti frutto dell’esperienza reale in azienda, a determinare i “Behaviors”, cioè i comportamenti reali delle persone.

È una sfida educativa all’atteggiamento e alla mentalità di tutti i soggetti coinvolti, ognuno nel suo ruolo e responsabilità, a tutti i livelli (imprenditori, manager, lavoratori, rappresentanti delle parti sociali, ecc.), al nostro modo di intendere la persona e il suo lavoro, ai criteri con cui prendiamo le decisioni e definiamo gli obiettivi, al modo con cui affrontiamo le crisi e le ristrutturazioni aziendali, alla disponibilità a rimettersi costantemente in discussione, ad apprendere l’uso di nuovi strumenti (particolarmente significativo in Italia dove l’incidenza del valore aggiunto del manifatturiero è decisiva e dove il report di Davos ha sottolineato che nei prossimi cinque anni i lavoratori dovranno sostituire circa il 40% delle proprie competenze principali, soprattutto in termini delle cosiddette “non cognitive skill”, come la capacità di apprendere nuovi ruoli e padroneggiare le smart technology), ad aprirci insomma a imparare da tutti e a ripartire sempre, senza mai rassegnarci o sentirci falliti.