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JOBS ACT/ Colli Lanzi (GiGroup): "Spazio all'Agenzia Nazionale per le politiche attive del lavoro"

STEFANO COLLI LANZI (Ad GiGroup) sollecita un salto di qualità strutturale nella riforma, indica il "modello Lombardia" e la rotta della competizione pubblico-privato sul mercato.

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"Serve anzitutto un'Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro pienamente operante: questi 15 anni di federalismo regionale hanno prodotto poco in termini di servizi al lavoro, salvo un caso di eccellenza a livello europeo, quello lomb rdo ben noto a tutti, ma non molto di più. Altre regioni rimaste purtroppo al palo ed altre che si sono mosse in modo disordinato, con iniziative locali slegate le une dalle altre, concentrandosi talora solo nella creazione di processi assurdi per creare gli albi di accreditamento regionali".

Stefano Colli Lanzi, amministratore delegato di GiGroup e vicepresidente di Assolavoro, non ha usato mezzi termini nel suo intervento al seminario indetto al Cnel dall'associazione delle agenzie di servizi per il lavoro, con il patrocinio del ministero per il Lavoro. "Il Jobs Act - ha detto intervenendo al convegno "Politiche attive del lavoro: tutele e servizi" - ha imposto un cambiamento di paradigma nelle politiche del lavoro, da politiche passive ad attive, passando decisamente dal modello imperniato su quelle passive basate su ammortizzatori sociali durevoli per approdare alle moderne politiche di attivazione delle persone, accompagnate da servizi e sostegni al reddito condizionali".

Per il mercato del lavoro è stato una rivoluzione copernicana: "La centralità del servizio di ricollocazione, al posto di altre iniziative spesso fini a se stesse, come la formazione, in cui al cuore dell’attività viene messo il disoccupato e lo si spinge letteralmente verso le opportunità di lavoro.". In un mercato del lavoro che finalmente diventa tale, "diventa decisivo il coinvolgimento delle Agenzie per il lavoro all’interno dell’infrastruttura dei servizi per il lavoro, ancora tabù in alcune regioni, senza perdere di vista il contributo del settore pubblico, che in queste operazioni è fondamentale.

Ciò è particolarmente importante, tenuto conto che le Apl, per l’attività caratteristica che svolgono, particolarmente vicino alla domanda di lavoro, riescono a chiudere il cerchio, rafforzando il ruolo di flexicurity provider, ricollocando i lavoratori flessibili, dando loro continuità lavoratorativa, anche stabilizzandoli a tempo indeterminato, come è avvenuto in maniera crescente in questi ultimi anni".

E' un momento di politica alta, di compimento di democrazia economica tout court, ha sottolineato Colli Lanzi, docente alla Cattolica: "Il Jobs Act ha sancito la libertà di scelta della persona che, attraverso lo strumento dell’assegno individuale di ricollocazione, può decidere se e con chi spenderlo, operatore pubblico o privato che sia".

Last but not least, viene affermato il principio del riconoscimento dell’assegno “prevalentemente a risultato”, ancorchè accompagnato dai servizi riconosciuti “a processo”, che consente di evitare la dissipazione di risorse con meccanismi di assegnazione top down poco trasparenti, che hanno spesso caratterizzato l’allocazione dei fondi strutturali europei alla formazione qui in Italia:  "Nelle sperimentazioni fatte - ha ricordato Colli Lanzi rivolgendosi anche al presidente dell'Anpal, Maurizio Del Conte, abbiamo incontrato situazioni in cui il pubblico ha fatto tutto lui; altre basate su un modello di complementarietà tra attori pubblici e attori privati, in cui il processo di ricollocazione è suddiviso in una prima parte svolta con i Centri per l'Impiego ed una seconda con le APL; altre ancora su un approccio di tipo competitivo, in cui è l’utente a scegliere liberamente l’operatore cui affidarsi e con esso svolge poi l’intero percorso del servizio di ricollocazione".

L' esperienza sul campo di GiGroup e di altri player sul mercato "ci ha detto chiaramente che il modello più efficace ed efficiente è decisamente quello competitivo, perché oltre a produrre i risultati migliori per i disoccupati in termini di rientro al lavoro, contribuisce anche ad innalzare il livello qualitativo dei servizi erogati dal pubblico, da una parte e a far crescere la sensibilità “pubblica” degli operatori privati, dall’altra, in un campo per loro nuovo rispetto alle attività finora svolte". Il modello disegnato dal Jobs Act non ha in realtà scelto nessuno modello specifico, perché vi è un primo periodo di 4 mesi in cui i CPI hanno l’esclusiva del rapporto con il disoccupato, ed una successiva fase in cui, se il disoccupato sceglie di avvalersi dell’assegno individuale di ricollocazione, competono con le APL per gestirlo.

Situazioni come queste, dove sperimentate, hanno generato l’effetto "creaming", per cui i CPI, forti della relazione inziale e della conoscenza dei disoccupati, hanno tenuto per sé quelli migliori e inviato agli operatori privati i casi più difficili. A nostro avviso sarebbe meglio correggere quanto prima questa impostazione, facendo in modo che l’assegno di ricollocazione, essendo una misura facoltativa, se attivata dalla persona, possa poi essere spesa solo con gli operatori privati. Se invece il disoccupato vuole rimanere con il CPI, prosegue le attività previste dal PSP. Alternativamente vale il modello lombardo della piena e totale competitività fin dall'inizio.

I "compiti a casa" per tutti gli addetti al Jobs Act sono comunque fitti. Ecco la "lista" che Colli Lanzi ha stilato durante il summir Cnel, prima delle conclusioni del ministro Giuliano Poletti:

Occorre fare in modo che le Agenzie per il lavoro autorizzate a livello nazionale per la somministrazione di tipo generalista siano automaticamente accreditate all’ANPAL per i servizi al lavoro e che tale accreditamento sia d’ufficio recepito dalle Regioni.

Le Regioni potranno eventualmente accreditare altre tipologie di operatori di carattere locale. In questo modo le agenzie non dovranno sostenere costi aggiuntivi, che potrebbero limitare di molto il numero di filiali disponibili ad operare nelle politiche attive e, soprattutto, renderebbe immediata la partenza operativa dell’assegno di ricollocazione, che già oggi sarebbe attivabile da parte della platea di disoccupati percettori NASPI, che viene stimata intorno al milione di persone.

Riguardo l'ammontare dell’assegno occorre approfondire bene la previsione normativa per cui l’ammontare dell’assegno di ricollocazione dovrà consentire di mantenere l’economicità dell’attività, considerando una ragionevole percentuale di casi per i quali l’attività propedeutica alla ricollocazione non fornisca il risultato occupazionale.

Occorre superare le logiche di gestione a “rendiconto” a favore di modalità basate su LEP (livelli essenziali di prestazione) e costi standard

Va cercato un Equilibrio tra i costi standard rimborsati “a processo” e quelli utilizzati per costruire la premialità “a risultato”.

Va valutata la variabile tempo per la ricollocazione tra i criteri di riconoscimento del valore del risultato (anche considerando il risparmio correlato in sostegno al reddito).

I valori riconosciuti a processo e a risultato vengano diversificati per fasce di ricollocabilità, sulla base della profilazione - Modulazione del risultato valido in relazione al contesto territoriale (es. contratti più brevi nelle zone a bassa domanda di lavoro).

Collegamento della maggiore intensità di aiuto (connessa al risultato del profiling) al riconoscimento di un ammontare più elevato di assegno di ricollocazione, in virtù del maggior impegno previsto (esplicitato nelle modalità di calcolo del costo standard più alto) e per contrastare i fenomeni di selezione avversa.

Riguardo il sistema informativo, vanno individuati meccanismi di interoperabilità tra i vari sistemi informativi per garantire il flusso delle informazioni tra i CPI e i privati accreditati così da semplificare e automatizzare le procedure di rapporto tra Piano di servizio e assegno di ricollocazione e per garantire il flusso informativo necessario alla gestione della condizionalità.

Riguardo gli strumenti di intervento e regolazione, è necessario definire un' offerta congrua a prova di contenzioso; oltreché chiarezza nelle regole/modalità di intervento nazionale di allineamento delle regioni inadempienti nella gestione dell’assegno di ricollocazione.

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