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Lavoro

SINDACATI E POLITICA/ Le operazioni "pericolose" sui contratti nazionali

Chi ha ragione e chi ha torto, tra industriali e organizzazioni sindacali, nello scontro ormai aperto sulla riscrittura delle regole del rapporto di lavoro? Il punto di SERGIO LUCIANO

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Ma chi ha ragione e chi ha torto, tra industriali e sindacati, nello scontro ormai aperto sulla riscrittura delle regole del rapporto di lavoro? Ha detto Diego Andreis, Presidente Gruppo Meccanici Assolombarda e Vicepresidente Federmeccanica, in occasione dello sciopero generale dei metalmeccanici del 20 aprile: "Dal 2007 a oggi il nostro settore ha perso il 30% della produzione industriale, il 25% delle aziende hanno chiuso o hanno ridotto le loro attività, quasi 300 mila lavoratori hanno perso il proprio posto di lavoro. Nello stesso periodo le retribuzioni contrattuali sono cresciute di circa il 24% mentre la ricchezza prodotta dalle aziende è scesa di circa il 18%".

E fin qui, tutto purtroppo vero. Poi, la conseguenza, invece tutta da verificare: "In un simile contesto crediamo che il Contratto nazionale debba avere un ruolo regolatorio, di garanzia e di tutela, mentre il contratto aziendale debba prevedere normative in grado di cogliere le esigenze specifiche e distribuire la ricchezza laddove prodotta". Tradotto: abbiamo sbagliato a pagarvi di più mentre le nostre aziende guadagnavano meno (vero); in futuro dobbiamo lasciar decidere alle singole aziende quanto pagare i loro dipendenti in rapporto all'andamento economico.

Ma qui, direbbe Totò, casca l'asino. Perché nella sede negoziale della singola azienda, il sindacato aziendale non ha né può avere lo stesso potere contrattuale con la sua "controparte" (ma sì, usiamola questa vecchia parola, è molto chiara, perché quando si tratta di dividere soldi gli interessi sono sempre contrapposti, anche tra persone perbene, sia pure in modo assai minore che tra persone malintenzionate) che ha il sindacato nazionale. Perché quello aziendale è, semplicemente, più "ammorbidibile" con promesse o minacce, quello nazionale meno.

Se vogliamo raccontarci la favola di un'umanità imprenditoriale naturalmente orientata al bene comune e al rispetto del prossimo, procediamo pure con i contratti aziendali. Se crediamo che invece sulla distribuzione del reddito occorrano regole condivise da tutti che riducano i rischi di inquinamento dei negoziati, non restringiamo troppo gli ambiti regolatori dei contratti nazionali.

Ci sono in Italia fior di esempi - e quello del gruppo Vacchi, il candidato sconfitto nella corsa alla Confindustria è tra essi - di contratti aziendali che, pur in presenza di regole nazionali ancora piuttosto vincolanti come quelle attuali, hanno incontrato la piena soddisfazione dei lavoratori e dei loro sindacati locali e consentito il florido sviluppo delle aziende. Si era però in casi di aziende ben gestite da bravi imprenditori disposti a dividere equamente i profitti generati e a investire nello sviluppo delle aziende stesse e non solo nella lunghezza dei propri yacht. Bene. Ma i casi positivi come questo vanno studiati per farne un modello di regole generali cogenti, non per affermare che spontaneamente tutto il sistema si ispirerà a essi.