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IL CASO/ Le "questioni aperte" sull'infortunio nel viaggio da e verso il lavoro

Ci sono alcune questioni aperte, in giurisprudenza, riguardanti gli infortuni avvenuti in itinere, cioè nel viaggio da a verso il luogo di lavoro. Ce ne parla GUIDO CANAVESI

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Stabilità (nel tempo) ed effettività costituiscono, secondo un'opinione consolidata, due tratti caratteristici dell'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali. In effetti, il D.P.R. n. 1124/1965, recante il Testo Unico della disciplina in materia, ha da poco superato i cinquant'anni sostanzialmente indenne, a parte le (pur importanti) modifiche apportate con il d.lgs. n. 38/2000. Uno dei principali punti critici della disciplina continua a essere il cosiddetto infortunio in itinere, nonostante il positivo riconoscimento della sua indennizzabilità, da parte del d.lgs. n. 38/2000.

Si tratta dell'infortunio verificatosi lungo il «percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, oppure che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro o anche, qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, sul percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti». Non sempre, peraltro, l'infortunio occorso lungo questi tragitti è indennizzabile, poiché la legge stabilisce alcuni elementi o criteri identificativi della fattispecie. Innanzitutto, il percorso deve essere quello normale, inoltre non devono verificarsi interruzioni o deviazioni non necessitate, infine, l'uso del mezzo di trasporto privato è consentito soltanto se necessitato.

Ancora la legge specifica le necessità che giustificano eventuali interruzioni o deviazioni; esse sono individuate in quelle «dovute a cause di forza maggiore, a esigenze essenziali e improrogabili o all'adempimento di obblighi penalmente rilevanti», mentre, in caso di uso del mezzo proprio, non sono mai indennizzabili «gli infortuni direttamente cagionati dall'abuso di alcolici e di psicofarmaci o dall'uso non terapeutico di stupefacenti e allucinogeni». L'assicurazione, poi, «non opera nei confronti del conducente sprovvisto della prescritta abilitazione di guida».

Su questo quadro si è inserita la l. n. 221/2015, volta a promuovere misure di green economy, con la previsione che «l'uso del velocipede…deve, per i positivi riflessi ambientali, intendersi sempre necessitato»; dovendosi intendere per velocipede «i veicoli con due o più ruote funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano sul veicolo» (art. 50, d.lgs. n. 285/1992). Il che significa, detto per inciso, che fuoriesce da tale regola speciale e, perciò, non può considerarsi sempre necessitato l'uso di biciclette a pedala assistita.

Rispetto alla disciplina così richiamata, sono soprattutto due le questioni aperte. Entrambe toccano, in realtà, la nozione stessa di infortunio di lavoro e in particolare l'occasione di lavoro, che, insieme alla causa violenta, ne è elemento caratterizzante, indicando il tipo di collegamento che deve sussistere tra il lavoro e l'infortunio. Di questo, infatti, lo svolgimento dell'attività lavorativa non è causa diretta, ma «deve aver creato un rischio specifico, rispetto a quelli (rischi generici), cui il lavoratore, al pari di qualsiasi altro individuo, è esposto» (M. Cinelli, Diritto della previdenza sociale, Padova, 2015). 

Ora, che il rischio inerente al percorso fatto dal lavoratore per recarsi da casa al lavoro e viceversa possa considerarsi "specifico" o, comunque, si differenzi da quello generico sopportato, a causa della mobilità, da qualsiasi altra persona, è quantomeno dubbio. E il dubbio è tanto maggiore quando l'infortunio sia riconducibile a un fatto doloso del terzo.