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Lavoro

SINDACATI E POLITICA/ La "partita" aperta da Boccia su contratti e salari

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Chiaro quindi che su un tema de genere, al netto della tattica, delle aperture e delle chiusure che fanno parte del gioco, ci si possa aspettare succose novità: forse, ripetiamo forse, siamo davvero di fronte a una svolta rispetto a meccanismi che ormai risalgono, nella loro sostanza, ai tempi in cui Berta filava e quando si andava in viaggio di nozze a Varese a Milano.

Non pare dunque, a oggi, impraticabile la strada che porta a sviluppare diversi livelli di contrattazione, a legare quote di salario variabile all'andamento di un'azienda, di interventi innovativi in materia di ammortizzatori sociali, di politiche attive per il lavoro: o almeno non pare impraticabile a chi, soprattutto sindacalisti, da anni va sperimentando nuove forme di distribuzione del salario e del reddito. 

Negli anni, come si diceva, in moltissime aziende si sono inventate "fantasiose" formule che nascondevano quello che fa il lucro dell'ospedale cambio, e cioè esattamente quello tra l'aumento della produttività e quote di salario. Era una novità nascosta tra le pieghe del contratto. Oggi sembra finalmente una strada praticabile. Forse non è la sola, ma certamente è quella che a oggi ha le maggiori probabilità di risultare vincente, quella sulla quale avviarsi senza troppi ritardi e senza troppe attese. La partita che Boccia ha aperto, inoltre, si inserisce in un contesto generale che già discute di innovazioni contrattuali, di modifiche dei meccanismi di tutela dei lavoratori e di distribuzione della ricchezza prodotta. 

Tutto bene dunque? No, perché lo stesso Boccia ha messo le mani avanti e ha dovuto avvertire le sue controparti che "non vogliamo giocare al ribasso" e che "adesso non si può interferire con i rinnovi (contrattuali, ndr) aperti". Ma anche, ed è stato un avviso al Governo, che serve "una politica di detassazione e decontribuzione strutturali senza tetti di salario e di premio con lo scopo di incentivare i lavoratori e le imprese più virtuosi".
Più salario per un lavoro più redditizio significa davvero tornare a vecchi meccanismi di controllo e di calcolo della produttività? Il lavoro in fabbrica, anche nelle fabbriche meno innovative, è molto cambiato da quando Charlie Chaplin girava "Tempi moderni", da quando la catena di montaggio riduceva la gente in condizioni quasi disumane. Cambiata ma non del tutto, perché esistono ancora molti luoghi nei quali la produttività si potrebbe misurare con il numero di pezzi prodotti da ogni addetto: esiste quindi ancora il rischio quindi di tornare ai "cronometristi", agli addetti al cronometraggio di ogni addetto. Ma la strada di "una più alta produttività per pagare più alti salari" non per forza conduce a un tale rischio. 

Sempre però che la partita contrattuale rimanga nelle mani delle parti sociali e non ci pensi invece il Governo a farla sua. Ma forse questo è un pericolo che non alberga più, nella nuova stagione che si sta aprendo.

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