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RIFORMA PENSIONI 2016/ Le grane che piovono sul Governo

Matteo Renzi ha promesso una riforma delle pensioni, tuttavia sul tema della previdenza rischia di dover affrontare un problema di non poco conto. Ce ne parla SERGIO LUCIANO

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In pensione in anticipo, col prestito bancario da rimborsare in tante comode rate? Può darsi, Renzi l'ha promesso, ma nel frattempo, sul tema piovono grane. Piovono dall'Eur, sede dell'Inps, dove ogni settimana il presidente Tito Boeri, che è - va rimarcato - uno degli economisti italiani più stimati in Europa per la sua competenza in finanza pubblica, recapita a Palazzo Chigi un pacchettino di fosche previsioni e brutte cifre sul settore: come quella ultima sulla probabilità che i nati dell'Ottanta vadano in pensione a 75 anni, che ha generato "un certo nervosismo" (eufemismo d'agenzia) nel governo. Ma le grane piovono soprattutto da tre tribunali e due Corti dei conti regionali.

Già, tribunali e Corti che hanno chiesto alla Consulta di bocciare il compromesso con cui è stata regolata la rivalutazione delle pensioni di importo uguale o superiore a 1.450 euro lordi al mese (circa il 36% dei pensionati italiani) bloccata nel 2012 dal Decreto Salva-Italia del governo Monti. Quel compromesso è il cuore del decreto 65 del 2015 col quale il governo Renzi applicò la sentenza 70 della Corte Costituzionale che aveva bocciato quella norma del Salva-Italia.

Cosa fece Renzi? Da una parte si ritrovava una sentenza inderogabile della Consulta; dall'altra, il rischio (anzi, la certezza) di far saltare i conti dello Stato se avesse semplicemente riportato la situazione al quadro precedente il SalvaItalia, con in più l'obbligo di pagare tre anni di arretrati. Di qui, l'escamotage, la furbata, in puro stile boccaccesco. Con il decreto 65 del 2015, il governo ha optato per un rimborso solo parziale della rivalutazione bloccata delle pensioni.

"Parziale? Una miseria", afferma Silvia Malandrin, che coordina uno dei tanti ricorsi piovuti contro il decreto Renzi, in questo caso dell'organizzazione "Gestione crediti pubblici" con la consulenza legale dello Studio Legale Frisani. "Una miseria finita nel cedolino pensionistico dell'agosto 2015. Per un pensionato con una pensione lorda di 1500 euro, cioè 1100 netti, il cosiddetto bonus Poletti è stato di 650 euro circa, mentre in realtà avrebbe avuto diritto a 3000 di arretrati: il 22%. Con una pensione di 2500 euro lordi, 270 euro di bonus, contro i teorici 5000. Con una pensione lorda di 3000 euro, zero rimborso, contro i dovuti 5800 euro. Chiaro adesso?".

Chiaro sì. Ma più chiaro vogliono che lo renda la Corte Costituzionale, alla quale si sono rivolti ben tre tribunali: l'ultimo è stato Milano, ma prima Bari e Brescia, la Corte dei Conti per l'Emilia Romagna e la Corte dei Conti per le Marche. E oltre 6000 privati, coordinati da varie organizzazioni come quella della Malandrin. "Per quanto ci riguarda, abbiamo presentato ricorsi collettivi su due criteri", spiega la Malandrin: "I dipendenti pubblici si presentano alla Corte dei Conti della Regione di residenza, gli altri al giudice del lavoro del Tribunale competente. Questi ricorsi interrompono la prescrizione (di recente abbreviata a 5 anni) che inizierà a maturare dal 31 dicembre 2016".