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Lavoro

I NUMERI/ Così l'Italia sta perdendo i suoi giovani

I dati che arrivano sui giovani italiani e le loro prospettive occupazionali non sono incoraggianti. GIANNI ZEN ci aiuta a capire cosa occorrerebbe per evitare una generazione dispersa

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Pensavo che il primo dei quattro incontri di giugno, organizzati dal Censis sui giovani di oggi (nel quadro della serie "Un mese di sociale", dedicato quest'anno al tema "Ritrovare la via dello sviluppo secondo il modello italiano"), attirasse un maggiore dibattito, con analisi e proposte adeguate, e non di semplice routine. Invece, dopo un lancio veloce che ha coperto lo spazio di un mattino, è calato il silenzio.

Chi sono, in poche parole, i giovani di oggi, cosa pensano, in base a cosa e a chi fanno le loro scelte? Già in passato il Censis aveva parlato di “capitale inagito”. Per dire di un “capitale”, quello giovanile in particolare, che non viene valorizzato in termini di numeri, potenzialità, risorse. Un “capitale” lasciato lì. Altro che “risorse umane” o il refrain della “cultura come fattore di sviluppo”!

Che i nostri giovani siano più preparati della generazione passata, anche più aperti ai vari contesti “glocali”, è cosa nota. Non solo per una certa velocità di pratica con le nuove tecnologie. Ma soprattutto per una naturale, scontata disponibilità a prendere in considerazione i nuovi scenari del dopo-crisi. Eppure non sono valorizzati, se prendiamo in considerazione i gangli vitali della nostra società ai vari livelli: sono la metà (sotto i 34 anni) dei tre milioni che si ritrovano disoccupati, oltre al milione e mezzo di scoraggiati, e quindi “inattivi”.

E quelli che lavorano, sempre sotto i 34 anni? Dei 4,7 milioni, un milione circa è povero, nel senso che fatica ad arrivare a fine mese, mentre gli altri hanno comunque bisogno dell'aiuto dei genitori e dei nonni, vera cassaforte sociale. Una vita a “intermittenza”, sempre per riprendere il linguaggio in uso oggi.

Una delle conseguenze riguarda le iscrizioni all'università: sono diminuite in due anni del 7%, mentre le immatricolazioni sono scese del 13%. Senza dimenticare il crollo delle nascite, 62.000 in meno negli ultimi 5 anni. Allora è vero che i nostri giovani sono, sempre col linguaggio del Censis, una “risorsa frustrata” del nostro sistema-Paese. Se i diplomati e i disoccupati hanno la meglio, quando cercano un lavoro, poi, nel 40% dei casi, si trovano a svolgere una mansione che prevede un percorso formativo meno articolato e specializzato di quello seguito a scuola e all'università. Che è come dire: i titoli di studio servono per affacciarsi a un lavoro, ma non per accedere a una particolare tipologia di lavoro. Cioè, un lavoro purchessia.

La percentuale di occupazione dei laureati, della fascia 30-34 anni, è scesa dal 79,5% del 2005 al 73,7% del 2015. In dieci anni, cioè, un titolo di studio ha conservato un notevole appeal, ma la crisi si è riversata sulla tipologia di titolo di studio. Nel senso che non basta un titolo qualsiasi, per affacciarsi al mondo del lavoro, ma uno che corrisponda alle caratteristiche richieste. Per questo motivo, è fondamentale l'orientamento scolastico e universitario. 

Ma torniamo ai dati forniti dal Censis. I titolari di impresa con meno di 30 anni, operanti nel nostro Paese, sono 192.000, cioè il 14,8% in meno rispetto al 2010. Di questi, solo il 5% circa lavora nei settori considerati più innovativi della manifattura e dei servizi, il 35,3% nel commercio al dettaglio e all'ingrosso (+7,6% rispetto al 2010) e il 10,3% nelle produzioni e nell'agroalimentare. La flessione si ritrova anche nel numero delle nuove partita Iva, sapendo comunque che il 46% di queste è espressione dei giovani sotto i 35 anni: abbiamo un -2,7% rispetto al 2015, dopo un -10,7% del 2015 sul 2014.