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Lavoro

PENSIONI E POLITICA/ La "febbre da voto" attorno a Enasarco

L’8 giugno verranno eletti i quindici consiglieri di amministrazione di Enasarco. Un voto, spiega SERGIO LUCIANO, molto combattuto per più di una ragione

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Sette miliardi di euro, cioè il patrimonio previdenziale di 230 mila agenti di commercio italiani, in bilico: è l’istantanea dell’Enasarco oggi, alla vigilia di una scadenza elettorale che l’8 giugno insedierà i 15 consiglieri di amministrazione scelti dall’assemblea dei 60 delegati nazionali, per la prima volta eletti dalla base degli iscritti e non più cooptati dalle grandi associazioni (prima fra tutte la Confcommercio) che nel ‘38 costituirono l’ente.

Nomine democratiche, dunque, ma all’insegna di uno scontro che si profila incandescente fino all’ultimo giorno. Da una parte, il grosso dei delegati eletti che vuole una forte discontinuità. Dall’altra, il presidente uscente - dopo 11 anni di “regno” - Brunetto Boco, 65 anni, ex sindacalista Uil riconvertitosi alla previdenza, al centro di un procedimento davanti alla Corte dei conti contro di lui, e contro l’ex direttore generale Carlo Felice Maggi e l’ex direttore finanziario Marco Di Vito. Boco pretende di contare ancora. All’interno dell’Enasarco ha ancora, in una posizione-chiave, un fedelissimo, cioè il direttore finanziario Roberto Lamonica, che condivise il grosso delle scelte del vecchio vertice. E, aiutato da Lamonica, cerca uno “scoop” in zona Cesarini, un accordo d’effetto, che possa aiutarlo a restare in sella: ad esempio, un’alleanza con Manfredi Catella, l’immobiliarista celebre per il quartiere Porta Nuova a Milano, con cui Boco è in contatto.

Ma andiamo con ordine, per capire l’enormità della posta in gioco. L’Enasarco è uno tra gli enti previdenziali italiani più grandi e storicamente ricchi. Il patrimonio, affidato a vari concessionari, è prevalentemente immobiliare e molto consistente, a dispetto delle vendite effettuate per coprire le perdite derivanti non dalla gestione ordinaria degli immobili, decorosa, ma dalle operazioni straordinarie: infatti, la gestione uscente negli ultimi anni ha “aperto” alla finanza speculativa, spesso rimettendoci.

Su una serie di operazioni inconsuete, passate davanti al vecchio consiglio d’amministrazione con modalità spesso approssimative, arrivò tre anni fa la denuncia formale dell’ex vicepresidente Andrea Pozzi, poi uscito, e ne scaturì il procedimento davanti alla Corte dei Conti contro i vecchi vertici, richiesti di rifondere all’Enasarco 11,5 milioni di euro. La ragione? La negligenza nell’aver sottoscritto un contratto con cui cedettero “pro soluto” a una finanziaria il 70% dei soldi investiti incautamente nel Fondo off-shore Antrhacite, garantito, si fa per dire, dalla poi fallita Lehman Brothers. Salvo poi accorgersi che quella cessione del credito era in realtà “pro solvendo”: cioè il garante che acquistava il credito poteva riprendersi i soldi pagati nel caso in cui i debitori finali non avessero saldato, il che avvenne. E l’Enasarco dovette restituire i soldi: addio indennizzo su Antrhacite!

Com’è potuto accadere un simile svarione? Perché i vertici dell’Enasarco, e soprattutto Boco, non sapevano leggere l’inglese dei contratti: “La traduzione fa schifo: peggio di Google translate”, scriveva in una mail acquisita agli atti della Corte, Maggi a Di Vito nel 2011, riferendosi appunto alle cattive traduzioni dall’inglese dei contratti d’investimento: “Minchia! Non si capisce niente!”. Per la Corte dei conti, Boco e i suoi manager hanno gestito l’ente, si legge nell’istruttoria, tradendo la “diligenza minimale” che avrebbe dovuto adottare. Tra il caso Antrhacite e altri, hanno investito 185 milioni di euro in fondi off-shore, perdendone una gran fetta e facendo gli utili solo con le vendite di immobili.