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IDEE/ La vera "garanzia" che serve ai giovani per il lavoro

Nel lavoro cosa può essere considerata oggi come vera garanzia per i giovani? Per DANIEL ZANDA occorre concentrare gli interventi più sull'occupabilità che sull'occupazione

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Da una prima analisi dei dati forniti recentemente dall'Isfol sul programma Garanzia Giovani è possibile formulare alcune considerazioni. Innanzitutto il rapporto tra la platea potenziale e i giovani che effettivamente hanno aderito al programma è pari al 57%. Se approfondiamo ulteriormente e analizziamo lo step successivo, ovvero quello dell'effettiva presa in carico, arriviamo al 73,7% dei registrati, poco più del 35% della platea di riferimento complessiva. Ma coloro effettivamente avviati a un intervento di politica attiva rappresentano il 42% dei soggetti “presi in carico”. I giovani sono stati tutto sommato attivati, almeno coloro che hanno aderito al programma. Inoltre, emerge che i giovani che hanno portato a termine il percorso hanno effettivamente beneficiato di un'opportunità in più.

Siamo al giro di boa di Garanzia giovani, quindi può essere utile favorire delle considerazioni di più ampio respiro che vadano un pochino oltre i numeri, perché i dati sono sì esplicativi, ma non di certo totalmente esaustivi della complessità della realtà. Innanzitutto è opportuno chiedersi, cosa è veramente una “garanzia” oggi per i giovani? 

Come prima cosa è necessario avere chiaro lo scopo. Ritengo assolutamente prioritario che i programmi come Garanzia Giovani non siano semplicemente finalizzati a incrementare l'occupazione, ma abbiamo come mission quella di incrementare l'occupabilità dei giovani che vi aderiscono. Innanzitutto perché, nella più realistica delle ipotesi, il percorso lavorativo di un giovane che si appresta a entrare nel mondo del lavoro in questi anni non avrà la forma di una linea retta costantemente in crescita, ma nel migliore dei casi sarà una sinusoide ascensionale, un percorso fatto anche di fallimenti, imprevisti dovuti al semplice evolversi delle circostanze: dall'azienda che chiude, all'arrivo di un nuovo responsabile di area che ha una vision diversa dell'impresa e quindi anche del ruolo dei propri collaboratori, fino al senso di inutilità che molti giovani soprattutto neolaureati vivono, in quanto non sempre è chiaro il rapporto tra il particolare che gli è stato affidato e la complessità della mission aziendale (ma in taluni casi “semplicemente” perché non ci sono più maestri nei luoghi di lavoro, ma semplici superiori o colleghi).

Quindi, in un percorso lavorativo così articolato, non lineare ma fatto di cadute e ripartenze, non è possibile considerare come “successo” un contratto di 6 mesi. O meglio, può essere un enorme risultato se concepito non come il semplice esito di un programma di ricollocazione, ma come una tappa del percorso più ampio che è da considerarsi in tutta la vita lavorativa. Per questo diventa fondamentale non solo lavorare sull'occupazione, ma principalmente sull'occupabilità, perché nel mondo del lavoro del 2016 la fase di assenza del lavoro non è un evento accidentale nelle carriere professionali: è molto più presente che in passato e si manifesta in una modalità meno drastica ma più strutturale. 

Abbiamo bisogno di costruire una rete di servizi per l'impiego che sia innanzitutto radicata sul territorio, ma con una visione globale, capace quindi da un lato di conoscere le peculiarità locali del mercato del lavoro, ma allo stesso tempo in grado di fornire un orientamento in grado di facilitare le scelte formative e professionali dei giovani.