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CONTRATTI/ La nuova "gatta da pelare" per sindacati e Confindustria

In Italia si continua a parlare di contratti di produttività quando, dice SERGIO LUCIANO, si sta assistendo a un cambiamento epocale, a livello globale, del mondo del lavoro

Vincenzo Boccia (LaPresse) Vincenzo Boccia (LaPresse)

“Se non riusciamo a elevare la produttività ci giochiamo un pezzo dell’industria italiana: questa volta non è una questione tra le parti ma delle parti, che riguarda il futuro del Paese. Tutti - imprese e sindacati - dobbiamo sentirci sulle spalle questa responsabilità”: sante parole, quelle di Vincenzo Boccia, neo-presidente della Confindustria, ribadite all’assemblea degli industriali di Firenze, casa del presidente del consiglio Matteo Renzi, che le condivide al 100%.

In concreto, quest’obiettivo si traduce - nella visione degli industriali - in un forte ridimensionamento del ruolo del contratto nazionale a vantaggio dei contratti aziendali. Sarebbero questi ultimi il luogo dove andrebbero definite le regole dell’auspicato scambio tra maggiore produttività e “parte variabile della retribuzione”, ovvero i premi sui risultati, invalsi peraltro da sempre nella prassi delle aziende più dinamiche, comprese quelle dello stesso Boccia e del suo predecessore al vertice degli industriali, Giorgio Squinzi.

Questa maggiore produttività transita per la flessibilità piena delle modalità lavorative delle aziende. Si lavora tanto se non tantissimo quando ci sono ordini; si sta più a casa quando ce ne sono meno, per esempio. Si liberalizzano orario straordinario, lavoro notturno e lavoro festivo; si perfezionano, accentuandole, le nuove regole elastiche del Jobs Act. Insomma, si chiede ai lavoratori dipendenti di adottare, nei confronti del loro impiego, lo stesso atteggiamento disponibile che distingue i lavoratori autonomi. In cambio, gli si dà più soldi quando vanno bene le cose. E quando vanno male? 

Questo è il punto. Che succede se le cose vanno male? Se gli ordini scarseggiano perché c’è crisi? Perché in azienda chi dovrebbe non riesce a innovare i prodotti? Perché la concorrenza dei paesi low cost immette sul mercato prodotti a prezzi stracciati? Dove va a finire la maggiore produttività ottenuta grazie al nuovo modello contrattuale per il 90% aziendale e solo per il 10% nazionale? Su questi interrogativi non c’è ancora chiarezza. Non si capisce bene cosa resterebbe a fare il contratto nazionale: quali garanzie continuerebbe a prestare ai lavoratori, quali diritti continuerebbe a presidiare contro le tante evenienze in cui è l’impresa o l’imprenditore ad essere in difetto, e non chi ci lavora.

Il costo del lavoro, peraltro, nell’industria manifatturiera italiana, incide in realtà piuttosto poco sui costi complessivi. Prendiamo il caso dell’industria dell’auto, ad esempio, che in Italia dà ancora lavoro a ben 1,2 milioni di persone (nell’intera “filiera”). Ebbene, in questo settore il costo del lavoro incide per appena il 7% sul fatturato. Anche a volerlo ridurre del 20%, grazie alla tanto invocata produttività, si otterrebbe un risparmio dell’1,4% sui prezzi dei prodotti ovvero, a parità di prezzi, si avrebbe un incremento di pari dimensioni sul margine industriale. Poca roba.

Ma è purtroppo per questo magro obiettivo che sembrano schierati a coorte i nostri industriali. Il che sinceramente appare non solo minimalista ma anche, e in fondo, retrogrado, visto che ben altre prospettive schiude - ahimè - il paradigma della Industry 4.0, cioè di quell’insieme di innovazioni del processo produttivo legato all’avvento nelle fabbriche dell’Internet delle cose (il famoso Iot).